Putin eletto al primo turno con 64% dei voti

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Nessuno si faceva illusioni sulla vittoria di Vladimir Putin alla presidenza della Federazione russa.  L’unico fragile interrogativo era se questa vittoria sarebbe passata attraverso un secondo turno, cosa che avrebbe aperto uno spiraglio alla prospettiva di un cambiamento nella gestione del potere in senso democratico. E invece le cose sono andate diversamente: Putin ha vinto al primo turno e non con una risicata maggioranza di voti, bensì con il 64 % dei voti. Malgrado i dispositivi di sorveglianza installati presso i seggi elettorali per evitare accuse di brogli, malgrado le affermazioni di alcune ONG e osservatori dell’OSCE che brogli ci sono stati, e malgrado il fatto che probabilmente non ci saranno verifiche come per le elezioni legislative del dicembre 2011, un tale risultato conferisce in ogni caso ampi spazi al ritrovato Presidente per rivendicare una vittoria totale e per continuare a ignorare e svilire il movimento di protesta che si è coraggiosamente formato in questi ultimi mesi.

Putin, nella sua parentesi di Primo Ministro e nella prospettiva di ricuperare la Presidenza, era riuscito a far modificare la Costituzione portando da quattro a sei anni, rinnovabile,  il mandato presidenziale e quindi, come minimo sarà in carica fino al 2018 se non fino al 2024. Nel suo discorso pronunciato alla chiusura dei seggi, con i risultati in mano e le lacrime agli occhi, ha mandato un messaggio chiaro: “Queste elezioni sono state un test di maturità, hanno dimostrato che non possono imporci nulla e che gli elettori sono in grado di distinguere fra il desiderio di novità e le provocazioni politiche, il cui unico scopo è distruggere il nostro Stato e usurpare il potere”. Come dire che l’opposizione è solo un grande pericolo politico, magari manipolata dall’esterno, e che solo il potere in mano a Putin e al suo partito può garantire quella stabilità tanto invocata da una grande maggioranza di elettori.

Di fronte a questa situazione, l‘opposizione dovrà definire la sua nuova strategia. Scesa in piazza con manifestazioni senza precedenti sullo slancio delle elezioni legislative di dicembre, unita nel denunciare i brogli elettorali, ma nello stesso tempo non strutturata, divisa e variegata, senza mezzi finanziari e soprattutto senza base legale, è già a grande rischio di indebolimento. Le manifestazioni del dopo elezioni non si sono tuttavia fatte attendere ma la pronta repressione della polizia lascia presagire tempi duri per un dialogo. Le uniche aperture dei poteri pubblici, fatte su pressione delle precedenti manifestazioni, sono state la debole riforma della legge sui partiti, che permette una registrazione dei nuovi partiti in modo più semplice per le prossime elezioni della Duma e la decisione di eleggere i governatori delle regioni invece di nominarli. Due aperture che avrebbero potuto rappresentare fragili terreni per la costituzione di partiti e di programmi in grado di trasmettere nell’intero Paese la sensazione di un’alternativa a venti anni di potere assoluto. Un potere che, come denunciato nelle manifestazioni dell’opposizione non ha portato alla Russia lo sviluppo sociale, economico e industriale sperato e necessario, ma ha portato la corruzione a tutti i livelli e ha pesantemente limitato la libertà di espressione.

Certo, questa elezione al primo turno e per quanto possa essere stata ottenuta attraverso brogli vari, rende la prospettiva di un cambiamento o di una strutturazione dell’opposizione alquanto difficile e senz’altro su tempi lunghi.  Sarà soprattutto importante capire quale sarà il sostegno che la comunità internazionale, e in particolare l’Europa, potrà offrire alla prospettiva di un possibile percorso democratico, senza anteporre, oggi in particolare vista la situazione che si sta sviluppando in Medio oriente, quegli interessi energetici che le hanno sempre fatto chiudere un occhio sulla violazione di quei diritti fondamentali che speriamo, possa continuare ad essere denunciata in Russia.

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