Proteggere i brevetti o la salute di tutti?

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Il tema non è nuovo e la pandemia lo ha fatto riemergere, prima con tutta la cautela del caso e poi, più apertamente, quando a richiedere la liberalizzazione dei brevetti è stato inaspettatamente Joe Biden a inizio maggio. Alla reazione comprensibilmente positiva dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) si è immediatamente opposta quella seccamente negativa dei giganti di Big Pharma, cui hanno fatto seguito le aperture delle Istituzioni europee, dell’Italia e della Francia in particolare, mentre molto più riservata si è mostrata la Germania.

L’argomento in effetti si presta a valutazioni differenti. Da una parte pesano le considerazioni etiche, ma anche politiche, di chi teme che la protezione dei brevetti si traduca in un rischio per la protezione della salute, in particolare per quei Paesi, come l’India tra gli altri, in drammatica difficoltà ad arginare la pandemia, come avviene anche in Paesi le cui condizioni economiche impediscono un adeguato approvvigionamento. 

Dall’altra pesano le pressioni delle industrie farmaceutiche che, dimenticando i grandi profitti ricavati dalla pandemia e i finanziamenti pubblici ricevuti per sostenere la ricerca, fanno intravvedere il rischio di una riduzione della produzione, una sorta di ricatto appena mascherato in nome della proprietà intellettuale e della complessità dei processi produttivi.

Due nomi, a noi più familiari, hanno fatto sentire la loro voce sul tema: Mario Draghi, nel contesto europeo, e papa Francesco rivolto al mondo, il primo con un approccio di prudenza politica, il secondo in nome dell’etica e della fraternità umana.

Mario Draghi aveva già, nella riunione del Consiglio europeo a Porto a inizio maggio, mandato un segnale di apertura che avrebbe poi confermato in suoi interventi pubblici in Italia: la liberalizzazione, almeno provvisoria, dei brevetti sui vaccini è una strada che va percorsa, anche se oggi la priorità è quella di aumentarne la produzione e assicurarne la distribuzione, anche sbloccandone la libera circolazione, con un esplicito riferimento agli Stati Uniti e al Regno Unito.

Questo orientamento in favore almeno una sospensione puntuale dei brevetti Draghi l’ha confermata pochi giorni dopo alla Camera, denunciando “lo sbilanciamento tra la posizione di alcune grandi case farmaceutiche che hanno ricevuto imponenti sovvenzioni governative e quella dei Paesi più poveri al mondo che o non hanno accesso o non hanno denaro per poter comprare vaccini”. Sul tema Draghi ha tenuto coerentemente il punto, orientando il G20 dei Paesi ricchi verso una sospensione temporanea dei brevetti e una loro più larga distribuzione ai Paesi in difficoltà economiche. Tutto questo prestando attenzione a non provocare un disincentivo a una produzione che va incoraggiata con l’impegno di acquisti miliardari.

Anche più chiaro, ed eticamente motivato, l’intervento di papa Francesco, quando ha affermato che “Uno spirito di giustizia ci mobilita per garantire l’accesso universale al vaccino e la sospensione temporanea dei diritti di proprietà intellettuale”, questo in nome di “uno spirito di giustizia che ci permette di generare un modello economico diverso, più inclusivo e giusto”.

Prese di posizioni diverse da parte di autorità, politiche e religiose, con missioni diverse, che potranno convergere nella misura in cui si farà strada una più corretta gerarchia delle priorità, con l’etica chiamata ad orientare la politica e questa l’economia, non vincolandola al solo criterio del profitto. 

La lezione impartita dalla pandemia è chiara: a situazione straordinaria misure straordinarie, sugli interessi individuali deve prevalere la possibilità di accesso ai beni comuni, affinché alle esigenze della protezione dei vincoli dei brevetti sia fatta precedere la priorità della protezione della salute delle popolazioni, in particolare di quelle costrette in condizioni economiche che ne mettono a rischio la vita.

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