Per un’Europa modello NATO? No, grazie

7

A metà del secolo scorso, poco dopo la creazione dell’Alleanza atlantica (NATO) nel 1949, era nata la prima Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) nel 1951, con l’obiettivo di consolidare la pace e ricostruire l’Europa dalle macerie della Seconda guerra mondiale. 

La leva per risollevare l’Europa era quella della cooperazione tra i sei Paesi fondatori, destinando due materie prime della guerra – carbone ed acciaio – alla progressiva ricostruzione di un continente che, con le guerre, si era suicidato a due riprese nella prima metà del secolo scorso. 

Da quella prima riuscita cooperazione doveva prendere spunto una nuova Comunità, quella della difesa, a salvaguardia dei valori di democrazia, solidarietà e convivenza pacifica in Europa e con il resto del mondo. Purtroppo la coraggiosa impresa non riuscì, arenandosi davanti al rifiuto dell’Assemblea francese nel 1954, l’anno in cui Alcide De Gasperi, poco prima di morire, invocava la creazione della “Patria Europa”, lasciando spazio al riemergere di “piccole patrie”, oggi Ventisette, alle prese con la mancata difesa comune e la prepotenza di un inaffidabile ormai ex-alleato e con vicini pericolosi ai suoi confini.

Torna così l’urgenza di una politica europea della sicurezza, purtroppo in un contesto geopolitico internazionale che può stravolgerne la vocazione originaria, facendo leva non più sulla pace ma sul riarmo, per di più segnato dagli interessi prevalenti di almeno tre Paesi, come rivelato dal recente Vertice NATO: gli USA, naturalmente; la Turchia, con le sue nostalgie dei fasti ottomani e la Germania, avviata verso un nuovo protagonismo militare. Stanno a guardare Francia e Regno Unito, alle prese con una grave crisi politica, e l’Italia che da tempo ormai non è più in partita, mentre tenta di entrarvi la Polonia. 

Si profila il rischio che il cantiere della futura Unione Europea abbandoni i valori sui quali è nata e che già si vanno progressivamente indebolendo, come quello della solidarietà nei confronti dei migranti o della sua ricerca di una “democrazia tra le nazioni”, minacciata dall’ossessione della “Nazione” dove, un po’ ovunque, le regole della democrazia si stanno logorando.

Certo, nel mutato quadro politico internazionale, non si può pretendere di riprodurre il profilo delle piccole Comunità europee cresciute prima della caduta del Muro di Berlino. Non solo i numeri dei Paesi UE è da allora triplicato e crescerà ancora, ma sull’Europa è tornata a premere minacciosa la Russia degli zar, sono cresciute molto Cina ed India e stanno abbandonando l’Atlantico gli USA in marcia verso l’Indo-Pacifico. Con tutto questo l’UE deve fare i conti, senza però farsi dettare la strada dal “predone globale” americano che la maltratta, esigendo devozione e ghiotti affari.

Si parla di una “NATO europea”, più che di una nuova Comunità, come se fossero le armi la linfa della futura Unione e non soltanto una componente per la deterrenza limitata alla difesa trattenuta da avventure belliche e, senza sacrificare quello che viene prima, come lo Stato di diritto, la solidarietà, il welfare e il multilateralismo.

Lo dirà domani la storia: se nascerà una futura Unione Europea, fedele ai suoi valori originari, non sarà una potenza militare “modello NATO”, ma una comunità pacifica di popoli che non rinunciano alla ricchezza delle loro culture, forte di un’economia rilanciata da nuove forme di debito pubblico, come sta realisticamente proponendo in questi giorni la Spagna, facendo tesoro delle proposte di Draghi e Letta e ritrovando la capacità di dialogare con i suoi cittadini.

Dicono i sondaggi che scende la fiducia nell’UE, salvo in due fasce di età: quella dei giovani, preoccupati del loro futuro, e di quelli più anziani, che ricordano come è cresciuto, tra mille difficoltà, questo continente esposto ai venti delle turbolenze internazionali.

Meglio se nasce da questa alleanza tra generazioni e culture diverse, piuttosto che tra Paesi che riarmano, la futura Unione Europea.

Articolo precedenteLe risorse proprie dell’UE: cosa sono e quali saranno
Franco Chittolina
Vicepresidente di APICEUROPA, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here