L’Unione Europea si finanzia soprattutto attraverso le cosiddette risorse proprie, che coprono oltre il 90% delle entrate. Il resto arriva dagli avanzi di bilancio degli anni precedenti e da altre fonti minori, come le multe alle imprese che violano le regole UE.
Le risorse proprie attuali sono quattro: i dazi doganali riscossi alle frontiere esterne; una quota basata sull’IVA versata da ogni Stato
membro; un contributo legato al reddito nazionale lordo (RNL) di ciascun Paese, che rappresenta la fonte più importante; ed un contributo calcolato sui rifiuti di imballaggio in plastica non riciclati.
Il 16 luglio 2025 la Commissione europea ha presentato la sua proposta di bilancio per il 2028-2034, con l’obiettivo di rendere le entrate dell’UE meno dipendenti dai contributi nazionali. Ha proposto cinque nuove risorse proprie:
● una quota dei proventi dello scambio di quote di emissioni (ETS);
● un contributo legato alle emissioni “nascoste” nelle merci importate dall’UE;
● una tassa sui rifiuti elettronici non raccolti;
● un’accisa minima sul tabacco;
● un contributo annuo fisso per le grandi imprese con fatturato oltre 100 milioni di euro (il cosiddetto CORE), da cui sono escluse le piccole e medie imprese.
Secondo le stime della Commissione, dal 2028 queste nuove entrate potrebbero portare circa 58 miliardi di euro l’anno (una cifra che altre fonti arrotondano a 60 miliardi).
Perché la riforma diventi realtà, serve l’unanimità di tutti gli Stati nel Consiglio, dopo la consultazione in Parlamento; inoltre, ogni Paese dovrà ratificarla secondo le proprie regole costituzionali. È un percorso lungo, infatti ad oggi la trattativa è ancora aperta. Il Parlamento europeo ha già dato il suo sostegno alle nuove risorse proprie, per rendere il bilancio UE più autonomo dai contributi nazionali.
Tra gli Stati, invece, le posizioni sono più divise. Si sono formati due gruppi informali: gli “amici della coesione” (16 Paesi, tra cui l’Italia), che difendono soprattutto i fondi per agricoltura e regioni più povere, e i “frugali” (6 Paesi, guidati dalla Germania), pagatori netti che spingono per un bilancio più snello. La Germania, in particolare, ha già bocciato la tassa sulle grandi imprese (CORE), giudicandola dannosa per la competitività. Alcuni Paesi, ancora, come la Francia, non si sono ancora schierati chiaramente.
Il negoziato prosegue nel Consiglio dell’UE: prima con la presidenza cipriota, ora dal 1° luglio 2026 con quella irlandese, che dovrà provare a trovare un compromesso tra posizioni distanti. L’obiettivo condiviso è arrivare a un accordo entro la fine del 2026, così che il nuovo sistema possa entrare in vigore nel 2028.
Per saperne di più:
Finanziamento del bilancio dell’UE
La battaglia sul bilancio Ue: Italia, Spagna e “amici della coesione” mettono Berlino in minoranza













