Per le università   europee la sfida dell’educazione permanente

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Un nuovo Rapporto dell’Associazione delle Università   Europee (EUA), analizza i fattori di efficacia delle politiche relative alla formazione permanente implementate nelle università   europee.
A causa dei cambiamenti economici e demografici l’educazione permanente è divenuta una delle sfide più rilevanti per le università   che si sono trovate di fronte a un processo in tre fasi definite rispettivamente «di adattamento» (in cui si registra il cambiamento e si elaborano strategie per rispondervi), «organizzativa» (che comporta la messa in atto delle strategie precedentemente elaborate) e «culturale» (che è la fase del «cambiamento del modo di pensare» e dell’adozione di una «cultura dell’apprendimento permanente» in condivisione con altri soggetti istituzionali).
I fattori che determinano l’esito positivo di questo processo sono molti; i più rilevanti sono quello finanziario e quello legislativo anche se «il solo fattore capace di sviluppare un’efficace politica di apprendimento permanente è l’impegno attivo dell’università   nella creazione di strategie inclusive e reattive».
Dal Rapporto emerge comunque che soltanto in 12 dei 18 Paesi partecipanti la legislazione nazionale in materia è ritenuta adeguata e soltanto in quattro di essi si ritiene che tutti i Fondi necessari siano disponibili.
Il Rapporto, realizzato nell’ambito del progetto SIRUS (Shaping Inclusive and Responsive University Strategies), ha visto la partecipazione di 29 istituti universitari di 18 Paesi; gli stessi atenei che nel 2008 avevano adottato la Carta delle università   europee per l’apprendimento permanente.

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