Per l’Europa un’agenda densa e incerta

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Se con la fine delle vacanze il mondo con le sue turbolenze ritorna ai nodi politici irrisolti che l’aspettano, anche l’Europa deve rimboccarsi le maniche e affrontare i molti problemi che sono sul tavolo. Questo nostro continente, meno turbolento e risparmiato in questi due ultimi mesi da terrorismo ed uragani (ma anche il centro-Europa è stato vittima di calamità   naturali), sembra aver avuto in sorte condizioni migliori che non devono tuttavia ingannarci sulla fragilità   del nostro benessere in un mondo globale che non conosce distanze nel trasmettere i suoi molti malesseri.
E per dimostrarlo basterà   una rapida ed incompleta rassegna dei problemi sul tappeto.
I venti del mondo sull’Europa
Nel mondo globale si fa sempre più urgente la progressiva costruzione di un governo mondiale e l’Europa, forte della sua tradizione democratica e della sua complessa esperienza politica, è chiamata a darvi un contributo importante. Ohimè, non è quello che è avvenuto nella recente Assemblea Generale dell’ONU, luogo deputato nelle condizioni attuali a farsi carico di questa dinamica verso un «governo condiviso» del pianeta. L’Unione Europea si è presentata in ordine sparso sul tema delicato della riforma del Consiglio di Sicurezza dove sarebbe stato saggio lavorare per un seggio dell’UE in quanto tale nel massimo organo dell’ONU. Purtroppo Gran Bretagna e Francia si sono arroccati nella difesa del loro seggio con diritto di veto e la Germania ha fatto la sua battaglia per un proprio seggio, inducendo altri Paesi ad una corsa analoga: in questa trappola è finita anche l’Italia, illudendosi che gli «amici» Bush e Putin le avrebbero dato una mano. Come c’era da aspettarsi nulla di tutto questo è andato in porto. L’argomento è rimandato a dicembre e quasi certamente si tratta di un rinvio «sine die». E così per l’Unione ancora un appuntamento mancato.
E’ in questo clima non esattamente propizio che si dovrà   affrontare il tema della riforma del Fondo monetario internazionale (FMI) e della Banca mondiale e la preparazione della riunione a dicembre dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) ad Hong Kong. Difficile che progredisca una «governance economica» senza un’analoga dinamica politica che la inquadri e la vincoli, tra l’altro, al rispetto dei diritti e delle tutele sociali. Vincoli e tutele di cui c’è urgente bisogno, come nel corso dell’estate ha ampiamente dimostrato il contenzioso tra UE e Cina per l’importazione di prodotti tessili. Quella che la stampa inglese ha chiamato la «battaglia del reggiseno» (con tonnellate di capi bloccati nei porti europei) annuncia ben altri conflitti commerciali, una futura «madre di tutte le battaglie» che coinvolgerà   in tempi brevi gran parte dell’economia europea e non solo i nostri settori maturi. E anche in questa occasione l’UE si è fatta trovare divisa: da una parte i Paesi produttori (Italia, Francia, Spagna) decisi a bloccare le importazioni e dall’altra i Paesi consumatori (Germania, Gran Bretagna, Svezia) favorevoli all’ingresso di questi prodotti. Una «faglia» inquietante nell’UE tra Nord «libero-scambista» e Sud «protezionista» che si aggiunge a quella tra Ovest e Est (sempre all’interno dell’UE!) in materia fiscale, dove ormai siamo alla vigilia di uno scontro durissimo, come ha chiaramente dimostrato la campagna elettorale tedesca. Nei due casi, una miscela esplosiva con effetti potenzialmente distruttivi sul modello sociale europeo e la sua cultura dei diritti e della solidarietà  .
Incertezza all’interno dell’Ue
Mentre queste nubi – e non sono le sole – si addensano sull’Unione, importanti scadenze incombono. Basta uno sguardo al calendario per rendersene conto.
3 ottobre: è la data prevista per l’apertura del negoziato di adesione della Turchia. La decisione è del Consiglio europeo adottata all’unanimità   nel dicembre scorso e formalmente non ci sono argomenti per rinviare. Ma c’è il clima politico che intanto è cambiato: le persistenti difficoltà   dell’allargamento avvenuto il 1° maggio scorso, lo sconquasso creato dai NO alla Costituzione europea in Francia e Olanda, le vicende elettorali tedesche e il permanente contenzioso su Cipro sono altrettanti fattori che rendono problematico l’avvio di un negoziato nel quale l’UE non puಠnon inoltrarsi, forte anche di tutte le possibilità   che avrà   di sospenderlo se verranno meno le condizioni politiche per progredire verso una soluzione positiva.
27-28 ottobre: Blair convoca a Londra un Consiglio europeo informale dei Capi di Stato e di Governo per esplorare le piste per una revisione del modello sociale europeo. Nelle condizioni politiche di questa UE governata in maggioranza da coalizioni di centro-destra e con la solidarietà   a rischio, come ricordato sopra, è improbabile che la direzione sia quella di rafforzare il modello sociale esistente e molto più probabile che prevalgano le esigenze della competitività   e dei mercati.
Gennaio 2006: la Presidenza dell’Unione passa dalla Gran Bretagna all’Austria e sarà   l’occasione per riprendere, in un clima meno teso (dopo il duello Blair-Chirac del giugno scorso), la ricerca di un compromesso sulle prospettive finanziarie 2007-2013. Per trovare, in altre parole, un’ intesa sul futuro della solidarietà   e della coesione nel UE attraverso lo strumento del bilancio comunitario.
Giugno 2006: il Consiglio Europeo che concluderà   il turno di Presidenza austriaca dovrà   valutare l’evoluzione del dibattito sul futuro della Costituzione europea e formulare proposte per uscire dalla grave crisi politica creatasi dopo i NO francese e olandese. Purtroppo il dibattito langue o circola sotto-traccia, ancora una volta senza coinvolgimento popolare e i Governi sono molto divisi tra di loro. Senza contare poi che per vederci chiaro bisognerà   aspettare l’esito delle elezioni presidenziali francesi nel 2007. Insomma, un’Europa con tanti problemi e ancor più incertezze: e tutto questo mentre le turbolenze nel mondo aumentano.

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