Per il bilancio Ue sette anni di carestia?

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Tra le molte cose importanti e complicate che fanno l’Unione europea il bilancio occupa un posto di tutto rispetto. Che sia importante è persino superfluo ricordarlo: esso costituisce infatti il «Tesoro» comune dei venticinque Paesi, raggiunge un importo ragguardevole (circa 112 miliardi di euro per il 2006) e questo nonostante che superi di poco l’1% del Prodotto Interno Lordo dell’Unione a fronte del 45% medio del bilancio pubblico di ciascuno Stato membro. Importante è soprattutto il suo significato politico perchà©, nonostante sia un bilancio relativamente modesto rispetto a quello ben più sostanzioso degli Stati membri, rappresenta la traduzione concreta della solidarietà   tra i Paesi e la loro volontà   di progredire insieme.
Ma il bilancio dell’Unione è anche complicato per le procedure che presiedono alla sua formazione, tanto sul versante delle entrate che su quello delle uscite, e per gli attori istituzionali che intervengono. Prima ad intervenire è la Commissione cui compete presentare un progetto di bilancio, ovviamente contenuto in un massimale predefinito e che fino a oggi era fissato a 1,24% del PIL. Sulla proposta della Commissione si esprimono, prima separatamente e poi congiuntamente, le due autorità   di bilancio che sono il Consiglio dei Ministri e il Parlamento europeo al Presidente del quale spetterà   poi adottare l’accordo finale raggiunto. La formazione del bilancio avviene quindi con un fitto andirivieni di proposte e controproposte: dopo le scaramucce di rito questo traguardo non facile è stato raggiunto per il bilancio 2006

Quali risorse per i sette anni dal 2007 al 2013.

Ma il traguardo del bilancio 2006 era solo quello di una tappa di avvicinamento al grande «tappone alpino» che aspettava l’Unione con le Prospettive Finanziarie 2007 – 2013 e che ha visto l’altro giorno impegnato a Bruxelles il Consiglio Europeo dei Capi di Stato e di Governo presieduto per l’ultima volta da Tony Blair. E questo perchà© tra le complicazioni del bilancio Ue vi è anche la formazione di questo contenitore di programmazione finanziaria che per i prossimi sette anni delimiterà   i successivi bilanci annuali e ne fisserà   i limiti e le articolazioni di spesa, seppure con qualche elemento di flessibilità  . Questa «finanziaria settennale» doveva già   essere adottata nel giugno scorso da quel Consiglio che fallì, invece, clamorosamente e venne raccontato un po’ approssimativamente come il duello infinito tra Chirac, difensore della vecchia Europa e della sua spesa agricola e Blair, alfiere della nuova Unione e sostenitore di un incremento di spesa per la ricerca e l’innovazione. La contesa si è riproposta la settimana scorsa nell’ultimo Consiglio Europeo e si è conclusa con un accordo in chiaroscuro di cui ognuno ha cercato di esaltare gli interessi salvaguardati del proprio Paese ma dove sarebbe anche più importante capire che fine hanno fatto gli interessi dell’Unione europea.
Certo non va sottovalutato il significato politico di questo accordo in una fase di crisi grave dell’Ue: dopo i No alla Costituzione, un ennesimo fallimento del negoziato finanziario avrebbe potuto comportare conseguenze drammatiche. L’accordo trovato va quindi salutato con sollievo e permette di tirare il fiato. Sempre sul versante politico va segnalato il ruolo forte giocato dalla neo cancelliera Angela Merkel che, oltre a non far rimpiangere Schroeder, ha così confermato la sua forte determinazione in favore dell’integrazione europea, già   manifestata pochi giorni prima con un rilancio del processo costituzionale e fa sperare in una ripresa del tradizionale asse franco-tedesco.
Più sfumata è, perà², la valutazione sui singoli elementi del risultato raggiunto: la prima programmazione finanziaria del grande allargamento verso est è anche quella che riduce il massimale consentito di spesa sul PIL che scende all’1,045%, equivalente a 863 miliardi di euro in sette anni, rispetto ai 974 proposti dal Parlamento europeo, il cui consenso è indispensabile perchà© l’accordo raggiunto sia effettivo. E già   in Parlamento sono circolate le prime reazioni che denunciano la mancanza di coraggio del Consiglio, accusato di non avere affrontato i due problemi principali della politica agricola e dello sconto consentito alla Gran Bretagna, con la prevedibile difficoltà   dell’ l’Ue a realizzarle le sue politiche e in particolare quelle annunciate con la «Strategia di Lisbona». Nà© devono far velo i modesti aumenti di spesa consentiti per la coesione sociale, soprattutto se si pensa alle esigenze dei nuovi Paesi entrati nell’Unione e a quelli in lista d’attesa. Lista che lo stesso Consiglio europeo ha allungato aggiungendo a Romania, Bulgaria, Croazia e Turchia anche la Macedonia e ben sapendo – ma quasi occultando – che gli altri Paesi dei Balcani seguiranno. Verrebbe da dire che anche a Bruxelles va di moda fare le nozze con i fichi secchi: tutto fa pensare che non sarà   allegro il matrimonio appena avvenuto e quello che si prepara tra vecchi e nuovi Paesi dell’Unione, che è anche un matrimonio tra ricchi e poveri con poca dote messa in comune per far crescere tutta la famiglia. E se la famiglia non cresce tutta vuol dire che a perderci saremo tutti. Anche quelli che adesso pensano di stare bene e si illudono che possa durare in eterno

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