La Memoria di Gaza

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Dall’enclave curda di Afrin nel Nord alla Goutha orientale in Siria, dallo Yemen a Gaza, il Medio Oriente è stato in questa Pasqua 2018 e come da tanti anni a questa parte, teatro di tante guerre e conflitti, alcuni irrimediabilmente in corso da decenni, altri molto più recenti e portatori di imprevedibili sviluppi politici nel prossimo futuro.
Proprio il giorno dell’inizio della Pasqua ebraica, il 30 marzo scorso, si sono riaccese le proteste e le manifestazioni dei Palestinesi lungo la frontiera che divide Israele da Gaza. Definita dai Palestinesi “Grande Marcia del Ritorno”, iniziata nel giorno di commemorazione delle vittime che nel lontano 30 marzo 1976 si opposero alla politica di Israele di espropriazione delle terre, la nuova iniziativa di rivolta, sostenuta da Hamas, conta già le sue vittime. L’esercito israeliano, pronto da tempo a rispondere a quelle che giudica provocazioni o atti di terrorismo, non ha esitato a rispondere con la violenza, tanto da richiamare l’attenzione e la preoccupazione dell’ONU e dell’Unione Europea su quello che è stato definito “un venerdi’ di sangue”. Con la prospettiva che seguiranno altri “venerdi’” , visto che le proteste si estenderanno almeno fino al 15 maggio, giorno in cui i Palestinesi commemorano la Nakba (catastrofe) e cioé la sconfitta nella prima guerra fra arabi e israeliani e l’inizio, tra il 1948 e il 1949, dell’esodo palestinese.
La situazione attuale a Gaza puo’ definirsi, senza mezzi termini, drammatica, una specie di prigione a cielo aperto in cui la popolazione, allo stremo, sembra non avere più nulla da perdere. La Striscia, da dieci anni sotto blocco economico da parte di Israele e dell’Egitto, governata in modo catastrofico da Hamas, senza prospettive sulla possibilità di una riapertura dei negoziati di pace con Israele e con fragili prospettive di riconciliazione con Al Fatah, isolata nello stesso mondo arabo, sembra, con queste manifestazioni, lanciare l’ennesimo grido di disperazione per attirare l’attenzione di una sempre più impotente comunità internazionale.
Eppure anche in Israele, malgrado il sostegno di una larghissima fetta dell’opinione pubblica alla linea dura del Governo, si alzano anche timide voci che si interrogano sul futuro della sicurezza del loro Paese, che, a prova dei fatti, non puo’ passare soltanto attraverso la forza, le occupazioni e gli insediamenti coloniali. E’ il caso di Meretz, il piccolo partito della sinistra pacifista istraeliana che ha recentemente eletto come suo nuovo leader Tamar Zandberg, convinta che un contributo alla ricostruzione di Gaza e al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione civile sia una politica più efficace del solo esercizio della forza.
Ma è anche il caso di B’Tselem, noto centro di informazione per i diritti umani che ha esortato i soldati israeliani a disobbedire agli ordini e a non sparare sui civili palestinesi se questi non porranno una minaccia diretta per le loro vite.
Sono voci fragili, marginali e ignorate. Ma ci paiono voci importanti nell’esaperante silenzio che circonda questo insanabile conflitto che dura ormai da settant’anni e che non si rassegna a porre le basi per una pace giusta e condivisa.

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