Parigi, Europa

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Anche per Parigi, dopo la strage della settimana scorsa, c’è un tempo per le emozioni e la solidarietà, con la speranza che arrivi presto anche quello dell’analisi e della lucidità, necessarie perché prenda rapidamente forma una strategia condivisa per affrontare un passaggio molto difficile per la storia della nostra Europa.

Si può capire l’immediata risposta militare da parte della Francia, senza necessariamente condividerla, per la modalità in parte solitaria (non senza però il sostegno degli USA) con la quale è stata condotta: una nazione orgogliosa, ai limiti della presunzione, reagisce per vendicare le sue vittime, per tenere alto il suo orgoglio nel mondo e, vista la congiuntura politica nazionale, per consentire al governo di non perdere ulteriore consenso interno alla vigilia di una scadenza elettorale importante.

Relativamente meno impulsiva la reazione di altri Paesi, inquieti per quanto potrebbe accadere anche per loro domani, ma ancora più preoccupati per come si andrà configurando il mondo futuro – e non solo dell’area mediorientale – in questa stagione di “terza guerra mondiale strisciante” o “per frammenti”, come si va dicendo da più parti: una guerra non convenzionale, da affrontare con azioni non convenzionali, diversamente da come già avevo intrapreso a fare la Francia prima della strage di Parigi.

Resta il fatto che il “frammento mediorientale” rischia di innescare quella “guerra delle civiltà” che non sappiamo dove potrebbe condurre l’Europa, forte e fragile allo stesso tempo per i suoi valori fondativi, tra i quali la tolleranza, la solidarietà e la salvaguardia universale dei diritti fondamentali.

Il Presidente François Hollande, davanti alle Camere riunite a Versailles, ha sollecitato la solidarietà dell’Unione Europea, appellandosi all’art. 42 del Trattato di Lisbona, anticamera – come è stato rilevato – di quell’art. 5 dell’Alleanza Atlantica (NATO), che prevede l’intervento degli Alleati se un Paese del Patto viene aggredito. A molti questa prospettiva è parsa eccessiva e difficilmente perseguibile da parte dell’UE in quanto tale, oltre che pericolosa per il rischio di far divampare un conflitto difficile da governare.

Ma c’è anche qualcosa di imbarazzante nella richiesta di Hollande, Presidente di un Paese che a due riprese ha affondato – nel 1954 con la Comunità Europea della Difesa e nel 2005 con il Progetto di Costituzione – l’avvio di una solidarietà militare e politica e che ancora in questi ultimi mesi si è dimostrato poco disponibile a un patto di solidarietà per l’accoglienza dei rifugiati. Non stupisce quindi la reazione fredda della Germania e appena tiepida dell’Italia e di altri Paesi UE.

È questa una stagione in cui per l’Unione Europea si accumulano – e stentano a trovare un’adeguata risposta – sfide di grandi dimensioni: dalla coesione sociale ed economica al governo dei flussi migratori, dalla lotta contro il surriscaldamento climatico alla nuova architettura del commercio internazionale. E tutto questo in un mondo in cui crescono le diseguaglianze, mettendo a rischio la stabilità politica e sociale dell’intero pianeta.

Dopo il 1989, l’UE è entrata in una fase di generale “anarchia” del mondo e non riesce a trovare un nuovo equilibrio al suo interno – come dimostrano le insofferenze in provenienza dalla Gran Bretagna e dai Paesi dell’Est – né un ruolo di rilievo tra i grandi attori internazionali, dove l’ombrello americano rende difficile l’indispensabile dialogo con la Russia, senza però cedere sulla “linea rossa” dei propri valori, né in Siria ma nemmeno con l’Iran e la Turchia, del cui impegno di pacificazione nell’area c’è bisogno.

Comincia a farsi strada che non tutti i 28 Paesi dell’UE potranno convergere su una comune politica estera di pace, ritardata da pretese sovranità nazionali, come quella francese e britannica, responsabili di errori gravi già nel caso della Libia, che non sembrano essere serviti da lezione.

Chi oggi guarda all’UE come a un possibile attore di pace deve anche sapere che questo sarà possibile solo se sapremo muoverci uniti, dotarci di una politica estera e di sicurezza comune, se non con tutti, almeno con chi ha coscienza che muoversi in ordine sparso provoca più problemi che soluzioni.

C’è da sperare che si metta termine al più presto al comprensibile “tempo del furore” e si entri nel tempo del coraggio e della saggezza, avendo come primo obiettivo quello di salvaguardare i nostri valori, certo mettendoli al riparo dalle barbarie che conosciamo, ma senza scivolare in derive analoghe, con precipitose dichiarazioni di guerra e instaurazione di discutibili “stati di emergenza nazionale”.

È anche l’insegnamento che l’Italia ha ricavato dai suoi drammatici “anni di piombo”, un fenomeno sicuramente diverso da quello del terrorismo internazionale, ma che fu battuto da una più forte stagione dei diritti, coerenti con la cultura dell’Europa, formatasi attorno agli ideali di “liberté, egalité, fraternité”, che adesso la tragica vicenda francese riporta al centro delle nostre riflessioni.

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