Commissione nuova, alleanze e politiche vecchie?

Adesso che il nuovo presidente della Commissione europea, Jean – Claude Juncker, ha presentato la sua squadra è possibile una prima valutazione prudente delle scelte che hanno dato forma ai nuovi Vertici comunitari.

Cominciamo da alcuni elementi positivi. Le decisioni, dopo una fase di avvio litigioso, si stanno concludendo nei tempi previsti, consentendo la partenza della nuova legislatura per il 1° novembre prossimo. Le persone individuate sono tutte, o quasi, di alto profilo politico: 9 ex primi ministri, 19 ex ministri e 8 ex parlamentari europei. Se a questo si aggiunge che il futuro presidente stabile dell’UE, Donald Tusk, attuale primo ministro della Polonia, dovrà dimettersi per ricoprire l’incarico comunitario, si ha la misura di quanto stia crescendo l’importanza della “governance” comunitaria, ben più grande e “politica” che in passato.

A prima vista, sembra positiva anche se problematica, la struttura della nuova Commissione con una “Presidenza” rafforzata da sette vice – presidenti (quello olandese con funzioni praticamente vicarie), con competenze trasversali e un’inedita funzione di “filtro” (si parla addirittura di “potere di veto”) perché possano coordinare i responsabili dei singoli portafogli settoriali.

Ancora positiva la soglia raggiunta faticosamente per la presenza femminile con 9 donne su 28 componenti la Commissione, alle quali sono stati affidati alcuni portafogli importanti e la creazione di un portafoglio per l’immigrazione affidato al commissario greco.

Lascia invece perplessi l’equilibrio politico della Commissione e la distribuzione dei portafogli più importanti. Parlano i numeri: 13 presenze in conto al partito popolare europeo, 5 ai liberaldemocratici, uno – e di peso, quello dei servizi finanziari – ai conservatori inglesi e solo 8 ai socialisti, che pagano caro le due poltrone, di cui oggi è difficile valutare l’importanza effettiva, attribuite a Federica Mogherini e al francese Pierre Moscovici. Da chiedersi se non sia già stata violata la fragile regola che prevedeva che la nuova Commissione tenesse conto del recente voto europeo.

Perplessità analoghe sono suggerite dalla mancata coerenza tra la distribuzione dei portafogli e le priorità politiche attese per i prossimi cinque anni (crescita e occupazione), come aveva giustamente rivendicato Matteo Renzi, facendone una sua bandiera. Per ora quella bandiera non sembra garrire al vento: continua a soffiare quello del rigore, con poche o nessuna flessibilità e un nutrito stormo, nella nuova Commissione, di “falchi” graditi ad Angela Merkel, che da essi si attende una sorveglianza severa dei vincoli finanziari, in particolare per Italia e Francia.

Tutto questo ha fatto dire a molti che in questa delicata transizione istituzionale abbia (stra)vinto la Cancelliera tedesca e con lei l’ala politica più moderata e, ancora una volta, la Germania. Difficile darle torto, ma anche tardivo lamentarsene: questi sono gli attuali rapporti di forza in campo tra i governi UE e poco potrà mutarli il nuovo Parlamento europeo. Ma una cosa almeno ci aspettiamo che faccia questo presidio, pur fragile, della nostra democrazia, sfruttando i poteri ricevuti dai Trattati: mandare a casa la “volpe nel pollaio”, quel Tibor Navracsics, ministro del governo autoritario – se non peggio – dell’Ungheria, designato Commissario per “Istruzione, cultura, gioventù e cittadinanza”. Se non fosse una provocazione pericolosa sembrerebbe una barzelletta, come se ci annunciassero che a vegliare sulla democrazia in Europa potesse essere Marine Le Pen. Resta, ferma, la speranza che “non passino”.

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