Novembre: per l’UE l’estate fredda dei morti?

Viene da rileggere oggi la celebre poesia “Novembre” di Giovanni Pascoli per commentare questa strana stagione europea.

La sua poesia, dopo un inizio luminoso (“Gemmea l’aria, il sole così chiaro…”) e l’apertura sommessa della seconda strofa (“Ma secco è il pruno, e le stecchite piante…”), si avviava a concludere con un’ultima strofa dal tono tragico: “Silenzio, intorno: solo, alle ventate,/odi lontano, da giardini ed orti,/di foglie un cader fragile. È l’estate/fredda, dei morti”.

Un poco assomiglia questo inizio di novembre alle fatiche dell’Europa per mostrarsi vitale e per infondere coraggio ai suoi cittadini.

Luminoso fu per l’Europa il novembre di venticinque anni fa, quando il nove del mese quel Muro di Berlino, che aveva a lungo ferito il continente, venne abbattuto da un popolo in festa, da una parte e dall’altra del mostro di cemento. Sembrò a molti l’alba di un nuovo giorno (“Gemmea l’aria, il sole così chiaro…”): quello di un’Europa finalmente avviata a riunificarsi, cominciando già subito, l’anno seguente, dalla Germania, in attesa di riabbracciare i Paesi reduci dal lungo inverno sovietico già a partire dal 1991. Ci sarebbero poi voluti tredici anni per accoglierne otto di quei Paesi nell’Unione Europea, nell’attesa di far posto ad altri tre nel corso dei dieci anni seguenti. Un ritmo giudicato da molti troppo accelerato, da altri troppo lento viste le attese alimentate nel frattempo e l’impazienza della storia che non stava ad aspettare.

Intanto, mentre il mondo cambiava rapidamente, l’UE perdeva vitalità (“Ma secco è il pruno…”), vittima di una crisi economica senza precedenti e responsabile di crescenti frammentazioni e cadute di solidarietà: pagò caro il conto la Grecia e poi via via gli altri Paesi della periferia d’Europa con le loro ferite ancora aperte.

E arriviamo a oggi, a questi primi giorni di novembre. Cinque mesi dopo le elezioni del Parlamento europeo, si sono insediati a inizio mese i responsabili delle principali Istituzioni comunitarie, eletti dai popoli europei o designati dai loro governanti nazionali: dalla presidenza del Parlamento di Strasburgo alla Commissione europea fino alla presidenza del Consiglio dell’Unione. Volge ormai alla fine il semestre di presidenza italiana dell’UE, molto enfatizzato da noi a miopi fini di politica interna senza che molto sia cambiato in Europa. Qualcosa sta cambiando invece – e molto di più potrebbe cambiare – per la zona euro da quando, il 4 novembre, la Banca centrale europea assumerà la responsabilità della vigilanza centrale del sistema bancario. Ne sappiamo qualcosa in questa nostra Italia, destinataria in materia dell’ennesima brutta pagella.

Ai cittadini dell’UE, che da tempo si aspettano un’altra Europa, sembra che si assista “da giardini ed orti, di foglie un cader fragile”. Questo sembrano testimoniare nazionalismi e populismi in continua crescita e l’incrociarsi di alcuni sondaggi di questi primi giorni di novembre. Dal popolo dei risparmiatori italiani forte si leva il lamento sull’euro, sorprendentemente molto meno quello rivolto all’Europa, mentre molte più gravi sono le responsabilità attribuite ai governi nazionali. E cresce una percezione negativa dell’UE di fronte alla crisi e, con essa, la domanda di quanti chiedono che ci sia un maggior coordinamento delle politiche economiche tra i governi dell’area euro per accelerare l’uscita dal tunnel in cui siamo finiti.

È il segnale che un filo di speranza ancora c’è: quella di sfuggire a “l’estate fredda, dei morti”, una triste prospettiva che qualcuno teme per l’Unione Europea.

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