Non si fermano le manifestazioni in Algeria e in Egitto

Sempre più tesa la situazione politica nei due grandi Paesi a sud del Mediterraneo, attraversati da manifestazioni di malcontento popolare sempre più crescente.

In Algeria, le prime manifestazioni sono iniziate a febbraio di quest’anno, quando il vecchio e malato Presidente Abdelaziz Bouteflika, al potere da quasi vent’anni ma ormai assente dalla scena politica, annuncia di volersi candidare per un quinto mandato presidenziale. L’intenzione del Presidente mette in evidenza, agli occhi degli algerini, tutta la complessità di un potere corrotto, inefficiente e sprezzante nei confronti della popolazione.

Da allora sono trascorsi sei mesi e le manifestazioni di protesta non si sono fermate. Ogni venerdì, pacificamente, gli algerini scendono in piazza e continuano, in modo sempre più determinato a richiedere quelle riforme fondamentali, istituzionali e democratiche che il potere è francamente restio a concedere. Non è infatti bastato il ritiro della candidatura di Bouteflika né il suo ritiro dalla scena politica a fermare la volontà degli algerini di girare la pagina di una recente storia, ancora intrisa di sofferenze e paure. Sono ancora vividi infatti i ricordi di una guerra civile durata per tutti gli anni Novanta e che ha causato decine di migliaia di vittime. Negli ultimi vent’anni il Governo e l’esercito  hanno giocato sulle paure e sui ricordi di quelle violenze, riuscendo in tal modo ad indebolire qualsiasi tentativo di opposizione e di protesta. 

Anche nel 2011, quando i venti  delle primavere arabe soffiavano sulla Tunisia, sull’Egitto e anche, in  parte, sulla Libia, in Algeria il Governo riusci’ a far tacere sul nascere qualsiasi velleità di cambiamento democratico, adottando, in fretta e furia, alcune effimere misure economiche e sociali. 

Oggi gli algerini non sono più disposti a chinare il capo di fronte a un potere che li umilia e che continua, con fermezza, a difendere privilegi e corruzione. Il Governo di transizione attuale, guidato dal primo ministro Noureddine Bedui, sorvegliato e orientato dall’esercito nella persona del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Gaid Salah, ha fissato le nuove elezioni presidenziali per il 12 dicembre prossimo. Ma la sfiducia nelle attuali Istituzioni è tale che i manifestanti non accettano facili compromessi e continuano a chiedere un cambiamento significativo dell’attuale sistema politico e l’avvio di un percorso democratico. Benché questa situazione porti ad un crescente immobilismo politico e ad un’esasperazione dei gravi problemi di cui soffre l’Algeria (crisi economica, disoccupazione, investimenti…) la tensione fra la piazza e il potere non accenna a diminuire, con le conseguenze che una tale situazione potrebbe generare.

Ad est dell’Algeria e oltre la Libia, un altro grande Paese a sud del Mediterraneo, l’Egitto, è stato di nuovo scosso, il 20 settembre, da una significativa manifestazione di piazza contro il Governo del Generale Presidente  Abdel Fattah al Sisi, accusato anch’esso di corruzione. Salito al potere nel 2013, dopo la deposizione di Muhammad Morsi, primo Presidente liberamente eletto in Egitto, Al Sisi ha cercato di consolidare il regime politico egiziano con un ferreo sistema di controllo poliziesco. Era la prima volta dopo la primavera araba del 2011, che gli egiziani scendevano in piazza  per denunciare il regime e chiedere le dimissioni del Presidente. E’ stata una manifestazione duramente repressa con l’arresto di più di 2000 persone fra manifestanti, giornalisti, rappresentanti dell’opposizione e dei partiti islamisti, docenti universitari e attivisti per la difesa dei diritti umani. 

Riaffiora quindi in Egitto, con prudenza e timore, un movimento che chiede di nuovo più libertà e più giustizia economica e sociale, visto che la disoccupazione e il rischio povertà colpisce oggi quasi un egiziano su tre.

Sono segnali importanti che arrivano dalla sponda sud del Mediterraneo, segnali che  l’Unione Europea non può ignorare. E’ importante infatti che si adoperi per favorire un dialogo, per denunciare le violazioni dei diritti fondamentali, per garantire il diritto a lottare per uno Stato democratico e per una giustizia sociale. Ne va non solo della stabilità di una regione già fortemente in preda a gravi turbolenze, ma anche della stessa credibilità dell’UE.

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