Non c’è pace nemmeno alle frontiere orientali dell’Europa

Un breve viaggio, quest’estate, in Georgia è stato occasione per intuire quanto fermento politico sia in corso alle frontiere orientali dell’Europa, e in particolar modo in quel nodo del Caucaso dove si incrociano gli interessi di piccole e grandi potenze, dalla Russia alla Turchia, dall’Iran all’Arabia Saudita, dall’Europa agli Stati Uniti e alla NATO.

All’orizzonte importanti elezioni legislative sia in Russia (18 settembre) che in Georgia (8 ottobre). Anche se da prospettive opposte, su ambedue i Paesi pesano, da una parte, l’irrisolto conflitto in Ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Russia, e dall’altra, soprattutto per la Georgia, la guerra del 2008 con la Russia e le disastrose conseguenze sulla sua integrità territoriale, istituzionale, sociale e umana. Un trauma per la Georgia, uscita da quel breve conflitto con due regioni (Abkazia e Ossezia del Sud) che dichiararono la loro indipendenza e consegnarono a Mosca il futuro del loro sviluppo. Non solo, è stato anche un trauma che ha soprattutto messo in difficoltà, se non addirittura bloccato, la costruzione serena di uno Stato e di uno Stato di diritto.

Le prossime elezioni in Georgia, che si svolgeranno quindi sullo sfondo di uno scenario politico alquanto confuso sembrano infatti mettere in evidenza, attraverso i palpabili timori della popolazione, sfide passate e future per un Paese sempre più in bilico fra Oriente e Occidente, fra un futuro rivolto ad un’Europa sempre più debole e lontana e una Russia sempre più pericolosamente vicina, fra la ricerca di una moderna laicità e quella di un equilibrio con un’antica presenza religiosa ortodossa.

Questo intreccio di fattori peserà infatti sulle future scelte dei cittadini georgiani, scelte che direttamente o indirettamente influiranno anche sugli equilibri regionali, sulle relazioni tra Russia e Occidente e, di conseguenza, sull’importante scacchiere energetico che congiunge il Mar Caspio con il Mar Nero.

L’inquietudine dei cittadini è infatti costantemente rivolta, con l’esempio ucraino sotto gli occhi, all’invadente presenza russa nelle due Repubbliche de facto dell’Abkazia e dell’Ossezia del Sud, nelle quali con un comportamento surrettizio e ambiguo, le autorità locali spostano ogni giorno di alcuni metri la frontiera di filo spinato per guadagnare terreno in Georgia. Un comportamento provocatorio ed emblematico che crea forti tensioni fra la popolazione coinvolta e, lancia, da Mosca, l’avvertimento di quanto potrebbe costare alla Georgia la scelta di una politica rivolta verso un futuro europeo. Non solo, ma nella messa in guardia c’è soprattutto l’insistente richiesta georgiana di adesione alla NATO, una prospettiva questa che porterebbe i confini dell’Alleanza atlantica proprio alle frontiere con la Russia.

Uno scenario ormai noto e che continua a mantenere alta la pressione sulla sicurezza ai confini orientali dell’Europa, soprattutto in questo particolare momento in cui sembra riprendere vigore il conflitto nel Donbass. Uno scenario inoltre che richiama con ancor maggiore intensità l’Unione Europea a ridefinire la sua politica di Partenariato orientale in modo coerente e costruttivo, che tenga soprattutto in considerazione la necessità di un nuovo dialogo e di nuove prospettive di cooperazione con la Russia.

Il tema della sicurezza alle frontiere dell’Unione è stato anche oggetto di discussione dei tre leader europei riuniti a Ventotene per gettare le basi di una nuova Europa. Di fronte alle tragedie che insanguinano i nostri confini, appare ormai urgente, se effettivamente si vuole ancora credere in una rinascita dell’Europa, prendere la coraggiosa decisione di adottare una vera e propria politica estera e di sicurezza comune. E non solo per ritrovare o favorire un processo di pace ai nostri confini ma per immaginare anche spazi di crescita, di stabilità, di solidarietà e rispetto dei diritti all’interno dell’Europa stessa.

 

RUTMAP

 

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