Niente di nuovo sul fronte occidentale

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Mentre ai confini orientali dell’Unione Europea sono in corso sconvolgimenti epocali, in particolare nell’area mediorientale, sul versante occidentale dell’Europa tutto tace e non sono segnalate novità di rilievo. Esattamente come accade a proposito dell’enfatizzato semestre italiano di Presidenza UE, per il quale un bilancio è prematuro, anche se i segnali ci sono già tutti per rassegnarci che non passerà alla storia dell’integrazione europea.

Si è conclusa la prima fase di assegnazione delle responsabilità ai vertici delle Istituzioni UE: due presidenze di peso sono andate al Partito popolare europeo (PPE), quella della Commissione europea, con Jean – Claude Juncker e quella del Consiglio europeo, con il polacco Donald Tusk; al Partito socialista, è rimasta mezza presidenza (durerà metà legislatura) per il tedesco Martin Schulz e il posto, poco pesante, di Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza al nostro attuale ministro degli Esteri, Federica Mogherini.

Per completare la transizione istituzionale in corso manca un accordo definitivo sui restanti 26 (oltre Juncker e Mogherini) membri della Commissione europea, attesi in questi giorni davanti alle Commissioni parlamentari per la loro promozione formale. Anche qui i giochi sono fatti per quanto riguarda la distribuzione tra le famiglie politiche, confermando la prevalenza del PPE, ma sono ancora aperti per alcuni profili che potrebbero non essere graditi al Parlamento europeo. Un’eventualità che non riguarda l’Italia, ma interessa settori importanti per il futuro dell’Europa. Alcuni di questi meritano di essere ricordati.

Lascia perplessi l’affidamento del portafoglio clima ed energia allo spagnolo Miguel Arias Canete (PPE), proveniente da due imprese petrolifere; quello dell’educazione e cittadinanza a Tibor Navracsics (PPE), stretto collaboratore dell’autoritario e antieuropeo Primo ministro ungherese, Viktor Orban e il portafoglio molto sensibile dei servizi finanziari, affidato al conservatore inglese Jonathan Hill, proprio mentre l’UE sta negoziando il Trattato di partenariato transatlantico con gli Stati Uniti.

Vedremo se il Parlamento europeo e, soprattutto, i rappresentanti dei partiti progressisti riusciranno a farsi sentire o se il Partito socialista pagherà il prezzo delle “larghe intese” e manderà giù i numerosi rospi che lo aspettano. Non sarebbe una novità.

Come non è una novità la conferma della linea del rigore da parte della Cancelliera tedesca, Angela Merkel, e del suo ministro dell’economia, Wolfgang Schauble, a fronte delle flessibilità che vanno chiedendo, d’intesa tra di loro, Italia e Francia. In questo clima “rigorista” è finito sotto attacco anche la Banca centrale europea (BCE) e, in particolare, il suo Presidente Mario Draghi, stanco ormai di assolvere a supplenze nei confronti dei Governi, inattivi sul fronte della crescita.

Quanti si aspettavano dalle elezioni europee di maggio una svolta verso un’”altra Europa” non hanno molto da festeggiare. Più dei classici “cento giorni” sono passati da allora e la “tartaruga Europa” stenta a incamminarsi verso il futuro, anche se è vero che formalmente la nuova legislatura andrà interamente a regime solo il prossimo 1° novembre, vigilia del giorno dei morti.

Appena in tempo, speriamo.

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