NATO: vertice di Varsavia

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E’ nel tempo e nello spazio che si collocano le percezioni da cui originano le nostre limitate conoscenze della realtà che ci circonda.

Questo fondamentale insegnamento di Immanuel Kant può essere di aiuto alla lettura di quando sta accadendo in Europa in questi tempi tormentati.

Il tempo è quello di una stagione europea entrata nel vortice della storia in rapida evoluzione: dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la dissoluzione dell’URSS poco dopo, un nuovo paesaggio sembrava disegnarsi per il continente europeo in cammino verso un processo di unificazione e di consolidamento della pace.

Purtroppo quel cammino si è interrotto presto: subito, all’inizio degli anni ’90, la prima guerra del Golfo e quella nella ex-Jugoslavia, nel 2001 l’attentato alle Torri Gemelle a New York, seguito poco dopo dalla Guerra in Afghanistan, nel 2004 dalla guerra in Iraq e poi dall’esplosione dei conflitti in Medioriente con la scia di sangue del terrorismo islamista in Europa e in altre parti del mondo. Il tutto con l’intermezzo inquietante del conflitto in Ucraina nel 2014 e il ritorno sulla scena internazionale della Russia, un attore regionale prima messo ai margini e adesso diventato attore globale nei teatri di guerra.

In questo spazio europeo, dilatato da crescenti conflitti armati, è andato di scena in questi giorni un luogo simbolo delle tensioni europee: del passato, ma anche del presente. Il luogo è quella Varsavia, capitale della Polonia, che fu sede dal 1955 al 1991 della defunta Alleanza militare guidata dall’URSS – il Patto di Varsavia, appunto – e l’8 e 9 luglio sede di un importante Vertice della NATO (Organizzazione del Trattato Nord Atlantico).

Oggi il Patto di Varsavia non c’è più, la NATO non solo c’è ancora ma tende ad allargarsi, includendo nuovi Paesi, fino a premere sempre più da vicino sulle frontiere sensibili della Federazione russa, provocando reazioni dure da parte di Vladimir Putin.

E’ in questo contesto spazio-temporale che prende significato il Vertice di Varsavia i 28 Paesi membri della NATO (5 non fanno parte dell’UE) sono chiamati a dare risposte sul tema delicato della sicurezza, a rischio su due fronti: quello orientale con la Russia e quello meridionale del terrorismo islamista.

Per la sua composizione e la sua storia, l’Alleanza militare atlantica si è finora concentrata soprattutto sul fronte orientale e ha colto la vicenda ucraina come ulteriore occasione per rafforzarsi su quei confini, rischiano di provocare una spirale di tensioni con quella Russia di cui ha bisogno per cercare una soluzione nei conflitti mediorientali, in particolare nel caso della Siria.

Una scelta strategica molto apprezzata dai Paesi UE baltici e dell’Europa centrale che continuano a sentire sul collo il fiato dell’orso russo, ma poco condivisa dall’Italia, che vorrebbe mettere presto fine alle sanzioni europee contro la Russia, e dalla Turchia che è finita nell’occhio del ciclone del terrorismo islamista e deve far fronte al problema curdo.

Sullo sfondo di queste schermaglie, non prive di rischi per la pace in Europa e dintorni, una cosa già è chiara: riprendono a crescere gli arsenali militari e la spesa in armamenti, con la NATO che ha chiesto ai suoi Paesi membri di destinare alla difesa il 2% del Pil nazionale. Una richiesta che in Europa, con i chiari di luna di una crisi che non finisce di finire, resta largamente inevasa (solo cinque Paesi UE rispettano l’impegno, il primo tra essi la Grecia con il 2,4%), con una crescente irritazione degli USA che devono farsi carico del peso dei mancati interventi europei.

E non sarà certo in tempi brevi che potrà venire in soccorso l’Unione Europea, priva com’è di una competenza in materia di politica comune della sicurezza e, per di più, in una fase di sua ricomposizione dopo Brexit, che rischia di privare l’UE di un attore importante come la Gran Bretagna nella gestione delle crisi, grazie alla sua presenza nel Consiglio di sicurezza dell’ONU e della sua dotazione, insieme con la Francia, dell’arma nucleare.

Una cosa diventa sempre più evidente in questo scenario ad alto rischio: è ora che l’UE, premio Nobel per la pace, si faccia rapidamente carico della responsabilità di garantire sicurezza ai suoi cittadini e non basterà a rassicurarli la dichiarazione congiunta NATO-UE adottata a Varsavia, né la decisione di rafforzare la protezione delle frontiere baltiche e polacche oltre che proseguire la presenza militare in Afghanistan, con il contributo dell’Italia e della Germania.

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