Mondo in tensione

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Mentre si concludeva a Bruxelles il Consiglio europeo del 20/21 ottobre lasciando in sospeso, ancora una volta, temi centrali quali l’immigrazione, lo stato di diritto o il prezzo dell’energia, il mondo attirava l’attenzione su alcune zone calde e in preda a inquietanti turbolenze.

È il caso, ad esempio, delle tensioni in continua crescita nel rapporto fra la Cina e Taiwan, un rapporto che sta diventando sempre più problematico da quando il Presidente cinese Xi Jinping agita prospettive di “riunificazione” fra il suo Paese e l’isola. Non è cosa banale, visto che Taiwan, separata politicamente dalla Cina dal 1949, è chiamata a difendere la sua indipendenza e soprattutto la sua democrazia di fronte ad una crescente pressione militare da parte di Pechino. Si tratta di tensioni che si inseriscono in un quadro geopolitico molto più vasto e che hanno fatto dire al Presidente degli Stati Uniti, il 21 ottobre scorso, l’impegno del suo Paese a difendere militarmente Taiwan, in caso di aggressione da parte della Cina. Parole impegnative, che misurano le tensioni e i cambiamenti in corso sullo scacchiere internazionale e proiettano ombre preoccupanti sulla pace nella regione. 

A Mosca, all’altro capo del mondo, ha attirato l’attenzione il Vertice organizzato dalla Russia sull’Afghanistan, con la partecipazione dei talebani al Governo, della Cina, del Pakistan, dell’Iran e dell’India. Un Vertice svoltosi in concomitanza con il Consiglio Europeo e a dieci giorni di distanza dal G20 sull’Afghanistan fortemente voluto dal nostro Presidente Draghi. Un G20 che, malgrado i tentativi del nostro Paese di coinvolgere Cina e Russia, protagonisti importanti per gli equilibri della regione e non solo, aveva dovuto registrare la loro presa di distanza e la loro non adesione ad un progetto multilaterale per affrontare la crisi afghana. A Mosca, i talebani erano alla ricerca di riconoscimento e di mezzi finanziari per far fronte alle profonde sfide economiche ed umanitarie del loro Paese, mentre il nodo strategico delle discussioni ruotava soprattutto intorno ai temi del terrorismo e della sicurezza regionale e internazionale. Cose non da poco, che hanno messo in evidenza profonde divisioni internazionali e come l’approccio al futuro dell’Afghanistan, fra rispetto dei diritti fondamentali e in particolare dei diritti delle donne, sviluppo economico e sociale e stabilità regionale corra sui fili paralleli degli interessi geopolitici delle grandi potenze.

Ma non solo il mondo si muove a Pechino e a Mosca, ma il 23 ottobre, da Ankara è giunto un allarmante messaggio diplomatico all’Occidente e al mondo: il Presidente Erdogan ha dichiarato persone non gradite ed espulso dalla Turchia i dieci ambasciatori del Canada, della Francia, della Finlandia, della Danimarca, della Germania, dei Paesi Bassi, della Svezia, della Nuova Zelanda, della Norvegia e degli Stati Uniti. La loro colpa è stata quella di aver richiesto la liberazione di Osman Kavala, oppositore al regime di Erdogan e difensore dei diritti umani, imprigionato, ancora senza processo, da quattro anni. Un atto di particolare gravità diplomatica, che coinvolge ben otto Paesi membri della NATO e di questi, sei Paesi dell’Unione Europea, la quale, fra antiche e nuove difficoltà sta cercando di riannodare un dialogo con Ankara sulla base di una nuova agenda positiva. Non solo, ma la Turchia è membro della NATO e, da un po’ di tempo a questa parte, semina disorientamento per la sua ambigua politica estera, sempre più vicina alla Russia di Vladimir Putin.

Questo è il mondo che ci circonda, che si muove e che interpella la nostra fragile e timida Europa. 

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