Migrazioni, degrado ambientale e povertà

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Da sempre le persone si muovono nel mondo: qualche volta per libera scelta alla ricerca di nuovi orizzonti, alla scoperta di terre ed emozioni nuove, che si inseriscono in una logica di un mondo sempre in evoluzione e sempre più collegato da una fitta rete di comunicazioni. Più spesso un numero crescente di persone si muovono per necessità o per ragioni di sopravvivenza o per la ricerca di un futuro migliore, lasciando il proprio Paese non certo a cuor leggero e non senza soffrire. Il pensiero è sempre rivolto alla propria terra abbandonata, magari diventata sterile, o in preda a guerre e conflitti, oppure colpita da catastrofi naturali che l’hanno distrutta e resa incapace di nutrire e proteggere i propri abitanti. 

Le ultime cifre raccolte dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dicono che le persone residenti in un Paese diverso da quello di origine sono circa 272 milioni, un numero sempre in aumento e che rappresenta, con costanza, flussi di popolazione provenienti prevalentemente da Paesi poveri verso Paesi ricchi. Dal 2000 al 2017 il numero delle persone che ha lasciato il proprio Paese d’origine è aumentato del 49%.

Molto impressionanti anche le cifre che illustrano l’importanza e l’aumento del fenomeno migratorio con rifugiati e richiedenti asilo, che hanno raggiunto livelli mai registrati finora: alla fine del 2018 erano 70,8 milioni le persone in fuga nel mondo. Di questi 25,9 milioni sono rifiugiati, più della metà dei quali di età inferiore ai 18 anni. Il numero di rifugiati o richiedenti asilo è cresciuto di 13 milioni tra il 2010 e il 2017. 

Nell’insieme, con 82 milioni di persone, l’Europa è il continente che ospita il maggior numero di residenti provenienti da altri Paesi. Questa popolazione, che si è andata componendo nel corso degli anni, riporta all’attenzione quanto importante sia, oggi più che mai, l’adozione da parte dell’Unione Europea degli strumenti necessari per far fronte a questo fenomeno sempre in crescita, sia sul piano interno che sul versante esterno, e aderendo, unita, alle Convenzioni internazionali per garantire una migrazione sicura, ordinata e regolare. In gioco, nell’accoglienza e nella garanzia della dignità, c’è in effetti il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.

I pofughi climatici

All’orizzonte, purtroppo, si profila un nuovo pericolo e una nuova ragione di migrazione: i cambiamenti climatici. Sono molti anni che gli esperti, e non solo dell’ONU, suonano un campanello d’allarme al riguardo, ma i progressi fatti fino ad oggi e gli impegni politici presi per il futuro non lasciano presagire un’inversione di tendenza nelle emissioni di CO2 (biossido di carbonio), principali responsabili dell’inquinamento terrestre che contribuisce all’emergenza climatica che conosciamo.

Benché nel 2015, a Parigi, la maggior parte dei Paesi del mondo abbiano sottoscritto un accordo per limitare il surriscaldamento globale nei limiti di 1,5 C rispetto ai livelli preindustriali, non si puo’ dire che questo Accordo guidi i responsabili politici a riorientare le loro politiche economiche, industriali e sociali. Anzi, l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi e lo scetticismo di altri Paesi, quali, in particolare il Brasile, non fanno altro che indebolire la prospettiva di un’azione e un impegno comune, tanto necessari per far fronte a questa grande sfida globale.

Per limitarci alle sole emissioni di CO2 provenienti dall’uso dei fossili, Cina, Stati Uniti, India, UE, Russia e Giappone, producono insieme il 65.7% di queste emissioni. I più recenti rapporti degli esperti ci dicono che, a livello globale, nel 2018, tali emissioni sono cresciute dell’1.9% rispetto al 2017. Solo Unione Europea e Giappone hanno registrato un calo, rispettivamente di – 1,9% e -1,7%. Una tendenza, confermata per l’Unione Europea a partire dal 1990, con la riduzione di CO2 in trent’anni, del 21,6%. Un risultato ben diverso da quello degli Stati Uniti dove, per lo stesso periodo, le emissioni sono cresciute fra il 4 e il 5%. Senza parlare di Cina e India che viaggiano, in media, su livelli 3,5 volte superiori rispetto al 1990. 

Gli attuali obiettivi climatici dell’Unione Europea (raggiungere la neutralità climatica nel 2050), malgrado le difficoltà e i problemi di alcuni Stati membri, sono ambiziosi, segno di una consapevolezza politica delle immense sfide per la protezione del Pianeta e per il futuro della sua popolazione. 

Gli spostamenti di popolazione dovuti a catastrofi naturali cominciano a preoccupare e non sono pochi gli studi e le previsioni al riguardo. Innalzamento del livello dei mari, inondazioni, siccità, degradazione degli ecosistemi e dei suoli mettono effettivamente in pericolo la sopravvivenza delle persone, costringendole a lasciare il loro Paese e a cercare un futuro altrove. Sono, in genere, i Paesi più poveri o in via di sviluppo ad essere le vittime più importanti di questi fenomeni, i meno attrezzati a difendersi e questo nonostante siano anche i Paesi meno responsabili del surriscaldamento globale. 

L’anno scorso la Banca mondiale ha stimato a circa 150 milioni i rifugiati climatici all’orizzonte 2050, un numero che, secondo studi ancor più recenti, sembra destinato ad aumentare se non si rispettano i termini dell’Accordo di Parigi. Malgrado l’attenzione a questo fenomeno relativamente nuovo, le migrazioni dovute a cause ambientali non sono ancora riconosciute dal diritto internazionale e non rientrano nella Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Con la conseguenza che vittime saranno quindi anche persone senza diritti e senza protezione.

La povertà nel mondo

Tutto questo ci porta ad affrontare il tema della povertà nel mondo, ancora molto diffusa, ad intensità diverse, su tutto il Pianeta e questo malgrado gli sforzi fatti per raggiungere i primi due dei 17 obiettivi ONU per lo sviluppo sostenibile all’orizzonte 2030: “porre fine ad ogni forma di povertà nel mondo” e “porre fine alla fame, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile”

Anche qui i dati globali che vengono portati alla nostra attenzione sono rivelatori della gravità della situazione. Al mondo, quasi il 13% della popolalzione vive con meno di 1,90 dollari al giorno, situazione viene definita di “povertà assoluta”. E’ una percentuale che sembrerebbe contenuta, ma che a livello globale corrisponde a 902 milioni di persone. 

Le zone più povere nel mondo si concentrano nell’Africa subsahariana, con il 42,7% della popolazione che vive in povertà assoluta, l’Asia meridionale con il 18,8%, l’Asia orientale e zona del Pacifico con il 7,2% e l’America latina con il 5,6%. Se esplicitiamo maggiormente le cifre, ci accorgiamo che, ad esempio nell’Africa subsaharianana, dove vivono circa un miliardo di persone, 430 milioni vivono in condizioni di povertà estrema. 

La domanda è semplice : si puo’ vivere con una cifra del genere al giorno ? No, evidentemente, e non solo per quanto riguarda la sofferenza della fame, ma soprattutto per quanto riguarda il diritto ad una vita dignitosa: educazione, salute, alloggio e speranza nel futuro. 

Anche l’Europa, sebbene sia una delle regioni più ricche del Pianeta, ha i suoi poveri. Secondo gli ultimi dati di Eurostat, gli europei poveri o a rischio di esclusione erano nel 2018, 109,2 milioni di persone. Fra questi, una fetta consistente di popolazione, vale a dire 29,4 milioni vive in forte povertà  che secondo i criteri di Eurostat significa non essere, ad esempio, in grado di pagare le bollette. 

Questi fenomeni rappresentano le sfide maggiori per il nostro futuro e si possono affrontare solo in una prospettiva di solidarietà e coraggio fra gli Stati, invertendo l’inquietante tendenza a chiudere frontiere o ad innalzare muri di protezione.

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