Migranti in Europa: tra quote e muri

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Dopo molte ore di discussioni al Consiglio europeo del 25 giugno scorso, dove si sono intrecciate alcune delle significative crisi che sta vivendo l’Unione Europea, dalla Grecia alla Gran Bretagna, i Capi di Stato e di Governo dei 28 Paesi non sono stati in grado di giungere ad un accordo definitivo sulla ripartizione, secondo quote obbligatorie, di 40.000 migranti richiedenti asilo provenienti da Siria e Eritrea. Sull’onda delle tragedie che si ripetono nel Mar Mediterraneo e che, solo nel 2015, hanno già fatto circa 1800 vittime, la Commissione Europea aveva tentato una timida proposta di solidarietà nei confronti dei Paesi in prima linea nell’accoglienza dei migranti, in particolare verso Italia e Grecia. Una proposta che non aveva l’ambizione di rivedere o riconsiderare la pertinenza politica ed umanitaria dell’Accordo di Dublino, ma di far alzare provvisoriamente le barriere delle frontiere interne fra i Paesi membri per accogliere o far circolare, secondo criteri obiettivi, un numero preciso di persone. La solidarietà non è arrivata a tanto, ma si è limitata a rendere ambiguo il concetto di “quota obbligatoria o volontaria” e a rimandare al Consiglio dei Ministri degli Interni del prossimo 9 luglio la decisione sulla ripartizione dei quei poveri 40.000, ai quali si aggiungono altri 20.000 da far partire dai campi profughi di altri Paesi.

Ancora una volta, le discussioni al Consiglio Europeo non sono state uno spettacolo edificante per il cittadino europeo, soprattutto dopo le immagini che ci sono giunte da Ventimiglia o da Calais, immagini che non contribuiscono certo a rafforzare la credibilità dell’Unione Europea nella difesa dei propri valori fondanti. Basterebbe ricordare qui, oltre all’articolo 3, (“L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani…”) l’articolo 78 del Trattato che prevede che l’Unione Europea sviluppi “una politica comune in materia di asilo, di protezione sussidiaria e di protezione temporanea, volta ad offrire uno status appropriato a qualsiasi cittadino di un Paese terzo che necessita di protezione internazionale e a garantire il rispetto del principio di non respingimento”.

Sono quindi evidenti le pericolose difficoltà europee ad affrontare non solo una sfida che sta diventando strutturale e certamente con effetti dai risvolti politici inquietanti, ma anche le serie divisioni interne ai 28 Paesi, di cui alcuni, soprattutto ad Est, si sono messi persino a parlare di “costruzione di muri”. Non è certo con questi atteggiamenti politici che si spegneranno o si attenueranno le paure dell’invasione che, a furia di soffiare sul fuoco, si stanno propagando fra la maggior parte dei cittadini europei. E a sottolineare ulteriormente la chiusura e le paura dell’Europa, vale la pena riportare alcuni dati per rimettere nella giusta prospettiva l’impegno richiesto all’Unione. Secondo le cifre fornite infatti dall’UNHCR , dei circa 4 milioni di persone in fuga dalla guerra in Siria, più di 1.800.000 persone sono state accolte dalla Turchia e circa 2.200.000 sono state ospitate da Libano e Giordania.

E intanto le guerre continuano, e a ricordarlo all’Europa, suona ormai con regolarità, alle sue immediate vicinanze ma anche sul suo territorio, la lugubre campana del terrorismo.

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