Messaggi contrastanti per l’UE dalla Germania

Mentre si continua a trattare, all’interno dell’Unione Europea e con la Turchia, per trovare una soluzione al problema drammatico di migranti e profughi, sono arrivate dalla Germania notizie di forte valenza politica per il futuro dell’UE, anche se di segno contrastante.

L’evento di grande rilievo, che qualcuno non ha esitato a definire storico, si è verificato a Francoforte, sede della Banca centrale europea (BCE), dove sono state prese decisioni inattese e accolte con reazioni diverse, negative quelle del mondo economico e finanziario tedesco e positive quelle delle Borse europee.

Che cosa sia accaduto a Francoforte da parte della BCE è presto detto: di fronte al rischio di deflazione, per favorire il rilancio di investimenti e consumi e spingere le banche a collaborare, Mario Draghi non ha esitato ad alzare il tiro e ad abbassare a zero il tasso di riferimento bancario, cosa finora mai avvenuta, ad ampliare l’acquisto di titoli di Stato da 60 a 80 miliardi di euro al mese per almeno un anno e a rendere disponibili una nuova serie di maxi-prestiti agli istituti bancari che fanno credito all’economia.

L’operazione è più complessa di quanto sia qui possibile dettagliare, ma manda a dire chiaramente alcune cose. Innanzitutto che dalla crisi del 2008 non siamo ancora usciti e che permane un rischio di deflazione con consumi ancora al palo; in considerazione di questo diventa urgente una frustata all’economia per favorire gli investimenti, anche se a prezzo di scontentare i risparmiatori i cui depositi saranno penalizzati e, contemporaneamente, venire in soccorso dei Paesi con le finanze pubbliche ancora in difficoltà per dare loro il tempo di risanarle.

La decisione della BCE non ha avuto le simpatie tedesche, naturalmente non dal potente sistema delle Casse di Risparmio ma nemmeno dagli ambienti politici, che accusano Draghi di favorire i Paesi del sud e di mettere a rischio le finanze europee.

Più compostamente si potrebbe osservare che la BCE sta esercitando una supplenza, imposta da una situazione di crisi della quale i governanti europei stentano a farsi carico, come sarebbe loro dovere primario. Provvisoriamente, va reso atto alla BCE di aver fatto il massimo – e forse anche qualcosa di più – comportandosi da istituzione “federale” europea, come invece non sembrano capaci di fare le altre Istituzioni UE.

Ma lo scorso week end ha mandato dalla Germania anche altri segnali, meno positivi per l’UE di quelli arrivati da Francoforte. Li hanno mandati gli esiti elettorali di tre regioni tedesche, dove erano chiamati al voto 17 milioni di cittadini.

I risultati sono stati uno schiaffo per i partiti tradizionali, ad eccezione dei Verdi nel Baden- Württemberg, delle tre regioni la più popolosa, e più che un semplice campanello d’allarme per il partito di Angela Merkel e quasi una campana a morto per personaggi importanti del Partito socialdemocratico.

Grande, anche se in misura diversa, il balzo in avanti dell’AFD (Alternativa per la Germania), un partito a dominante populista, nato contro l’euro e adesso proiettato verso il rifiuto di migranti e profughi.

Percentuali inattese per l’AFD nel Land dell’ex-Germania Est, con quasi un quarto di consensi, e percentuali largamente superiori al 10% negli altri due Länder.

Difficile negare che in Germania si sia levata un’ondata di protesta che potrebbe ancora crescere e rendere problematiche le elezioni federali dell’anno prossimo, mettendo a rischio il regno finora incontrastato di Angela Merkel e, con lei, la prospettiva di uno sviluppo in senso federale dell’Europa.

Ed è appunto in merito alla prospettiva federale l’intreccio tra la decisione della BCE e l’esito elettorale di domenica: nel primo caso un significativo passo avanti, nel secondo la minaccia di pesanti passi indietro per il processo di integrazione europea. Rifiutare l’euro e i migranti sono due facce della stessa medaglia: quella alla memoria del progetto di un’Unione che fu e che, ancora in molti, speriamo possa essere in futuro, profondamente riformata.

 

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