Non sono bastati 26 (ventisei) anni di negoziati tra le parti per essere tutti d’accordo con la conclusione del più importante accordo commerciale dell’Unione Europea con il Mercosur, il “mercato comune” di Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, cui potrebbero aggregarsi altri Paesi dell’America Latina.
All’Unione Europea per trovare un’intesa all’unanimità non è bastata nemmeno la drammatica congiuntura internazionale che stiamo vivendo, in particolare sotto il ricatto permanente di Trump, con i dazi e non solo, e con l’urgenza di trovare nuovi sbocchi ai nostri mercati alle prese, tra l’altro, con il flusso di esportazioni dalla Cina.
La spiegazione di queste resistenze è da ricercare prevalentemente nel conflitto di interessi economici e nei disaccordi politici tra i Paesi UE e, all’interno di alcuni di essi, tra il settore della produzione agricola e di quella industriale, come nel caso in particolare in Francia e in Italia.
Attualmente lo scambio commerciale tra Unione Europea e Mercosur è sostanzialmente equilibrato, ma frenato da quote importanti di dazi che ne impediscono un’evoluzione positiva, come sarebbe invece consentito dall’apertura di un mercato di oltre 700 milioni di consumatori.
Nell’ultimo confronto a Bruxelles tra i Ventisette in gioco era il raggiungimento della soglia di una maggioranza qualificata da parte dei Paesi favorevoli, indispensabile per concludere l’accordo. Ad essere l’ago della bilancia si è trovata l’Italia, tendenzialmente favorevole all’accordo ma sotto pressione da parte dei nostri agricoltori, importante bacino elettorale per l’attuale maggioranza di governo. Alla fine si sono espressi contro l’accordo Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda, con l’astensione del Belgio che, visto il voto favorevole dell’Italia, non hanno potuto impedire l’adozione dell’Accordo, che adesso sarà sottoposto al Parlamento europeo e, in parte, ai Parlamenti nazionali.
A questo punto, se la controparte latino-americana non avrà obiezioni al testo adottato, la presidente della Commissione si recherà nei prossimi giorni in Paraguay per la firma dell’Accordo e questo entrerà in esecuzione, liberando le esportazioni del settore industriale europeo (macchinari, prodotti chimici e mezzi di trasporto) e consentendo importanti importazioni agro-alimetari nell’UE, in particolare di carne, vincolate a regole di reciprocità per le regole sanitarie e suscettibili di una clausola di salvaguardia da parte dell’UE in caso di importazioni che alterino significativamente il mercato europeo.
La complessità dell’Accordo e la procedura di decisione che ne ha reso possibile la conclusione meriterebbero molte considerazioni. Tra queste la difficoltà a progredire nell’integrazione economica all’interno dell’UE e a rispondere in tempi congrui al mutare degli scenari mondiali, la persistenza di profonde faglie politiche all’interno dell’Unione, l’orientamento “sovranista” della Francia sotto la pressione di proteste non governate, il ruolo decisivo della Germania in questo genere di mediazioni e una relativa abilità dell’Italia che ha condotto la trattativa non senza un’astuzia che qualcuno potrebbe domani farle pagare.
Non è poi da sottovalutare di questi tempi l’efficacia politica di una politica quando è di chiara natura comunitaria, come nel caso della politica agricola e di quella commerciale, liberate dal cappio del voto all’unanimità e consegnate alla regola della democrazia e del voto a maggioranza.
A qualcuno questa vicenda farà tornare in mente quanto accadde nella CEE nel 1965, quando la Francia di De Gaulle si ribellò a decisioni di politica agricola comune e inaugurò la politica della “Sedia vuota”, autoescludendosi dalle decisioni del Consiglio dei ministri: durò sette mesi e si concluse con il “compromesso del Lussemburgo” e la progressiva prevalenza del voto all’unanimità, inaugurando la lunga stagione “intergovernativa” della Comunità, in grande spolvero nell’Unione europea di oggi.
C’è da sperare che la Francia di oggi, messa in minoranza proprio sul versante della politica agricola, non abbia nostalgia della Francia di allora.













