Medio Oriente tra Trump e Rohani

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Fine settimana importante quello del 20 e 21 maggio scorsi per l’intero Medio Oriente. Una data che segna l’inizio di nuovi equilibri strategici e di nuove prospettive sulla stabilità regionale e sull’insieme dei tanti conflitti in corso.

Il 20 maggio ha segnato in primo luogo la vittoria, a larga maggioranza, del moderato riformatore Hassan Rohani alle elezioni presidenziali in Iran, con il 57% dei voti. Una percentuale di gran lunga superiore a quella ottenuta da Ebrahim Raisi, il candidato dei conservatori che ha ottenuto il 38,3% dei suffragi.

Una vittoria quella di Rohani carica di vecchie e nuove sfide per un Paese costituito per il 60% di giovani al di sotto dei trent’anni, molti dei quali nutrono sogni di libertà, di sicurezza, di rispetto dei diritti, di migliori condizioni di vita e di apertura del loro Paese su nuovi orizzonti del mondo. Avevano iniziato a sognare già dal 2009, protestando prima attraverso un esteso movimento definito “Onda verde” contro l’elezione del Presidente conservatore Ahmadinejad, poi con le aperture del Presidente americano Obama nei confronti della Repubblica islamica dopo più di trent’anni di gelo diplomatico, ed infine con la firma, nel luglio 2015, dell’accordo sul nucleare.

Certo, il Paese, è ancor lontano dal poter concretizzare simili prospettive di cambiamento, visto che gran parte delle sue Istituzioni sono saldamente nelle mani di un’oligarchia religiosa ultraconservatrice, ma è proprio la riconferma di Rohani e dei riformisti, che hanno sostenuto la firma dell’accordo sul nucleare e a garantirne il rispetto, a suscitare la speranza dell’apertura, della progressiva revoca delle sanzioni economiche e di un nuovo ruolo dell’Iran sulla scena regionale e internazionale. La strada è quindi aperta e tutta in salita, ma non mancano fragili segni di un percorso di transizione e di una ripresa economica.

Mentre a Teheran si annunciava la vittoria di Rohani, il Presidente Donald Trump atterrava in Arabia saudita, storico nemico sunnita dell’Iran, per il suo primo viaggio ufficiale in Medio Oriente. Seconda tappa prevista, Israele. Un viaggio che delinea con maggiore precisione il nuovo corso della politica mediorientale americana, rivolta a rinsaldare i rapporti con alleati storici e, purtroppo, a identificare di nuovo nell’Iran, potenza sciita, il nemico da isolare, il Paese del male, considerato il grande responsabile del terrorismo e dell’instabilità regionale. Brutto segnale per il futuro del Paese e dell’intera regione, visto che proprio in quell’area si incrociano molteplici conflitti ed ingenti interessi strategici ed economici che coinvolgono importanti attori, a cominciare dalla Russia e dalla sua cooperazione con lo stesso Iran.

Difficile dire o immaginare se questa netta linea di demarcazione segnata da Trump in Medio Oriente, in cui cerca di unire intorno agli Stati Uniti, tutto il mondo sunnita, possa portare ad un equilibrio di forze e di sicurezza nella regione o ad un’ulteriore esasperazione delle divisioni settarie che attraversano da secoli i rapporti fra sunniti e sciiti. Trump, nel delineare la sua strategia di una nuova leadereship americana nella regione ha semplicemente posto come obiettivo alle potenze sunnite di impegnarsi fino in fondo nella sconfitta del terrorismo e dell’Isis (che, tra l’altro è di impronta sunnita), lasciando da parte qualsiasi altra considerazione, se non quella degli interessi economici, che facesse, anche lontanamente, riferimento allo Stato di diritto o al rispetto dei diritti.

Il viaggio di Trump è proseguito poi verso Tel Aviv, anche qui per rinsaldare storici legami di amicizia, raffreddatisi durante la Presidenza di Obama. Trump vuole ridare vita al processo di pace e la prospettiva potrebbe essere, sempre in chiave anti iraniana, quella di una cooperazione e di un dialogo fra Arabia Saudita, potenze sunnite della regione, Israele e Autorità Palestinese. Il futuro ci indicherà se, effettivamente, rinasceranno all’orizzonte nuove prospettive di dialogo e di soluzione di un conflitto in corso da decenni. Uno dei tanti conflitti che continuano ad insanguinare il Medio Oriente.

Per ora l’Unione Europea ha guardato con sorpresa ed interesse al viaggio di Trump. Si è tuttavia congratulata per l’elezione di Rohani, inviando un messaggio al nuovo Presidente dicendosi “pronta a proseguire il lavoro con l’Iran per la piena attuazione degli accordi sul nucleare e per la pace regionale”.

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