Medio Oriente e le strade parallele della diplomazia e delle guerre

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Sembra che non riescano proprio ad incrociarsi le strade della diplomazia e delle guerre in Medio Oriente. Da quell’effimero bocciolo di “primavera araba” apparso in Siria nel 2011 ad oggi sono trascorsi cinque anni segnati solo dalla violenza e dalla fuga di milioni di profughi, dalla nascita di un sedicente Stato islamico che si impone con un terrorismo di rara ferocia in tutta la regione e non solo, ed infine dal coinvolgimento, su versanti quasi incompatibili, delle potenze regionali e mondiali. Versanti che, se hanno teoricamente in comune la lotta al sedicente Stato islamico, si dividono e si oppongono su antiche fratture etniche e religiose e, a livello globale, su nuovi interessi politici ed economici.

Sullo scacchiere mediorientale giocano infatti vecchie e nuove potenze regionali, prime fra tutte Turchia, membro della NATO e, in storica contrapposizione tra loro, Arabia Saudita e Iran, mentre a livello mondiale si assiste ad un nuovo confronto fra Occidente, Stati Uniti in prima fila con Francia e Gran Bretagna da una parte e Russia dall’altra. Sullo sfondo un teatro di macerie umane e istituzionali che va dalla Siria, all’Iraq, alla Libia, allo Yemen fino all’Africa più profonda, Somalia e Nigeria in testa.

I tentativi diplomatici per cercare di trovare una soluzione umanitaria e pacifica non sono mancati, ma le diverse posizioni e i divergenti interessi di tutti gli attori in campo non hanno mai aperto il benché minimo spiraglio di riuscita o di ragionevole speranza. I tentativi, dopo le ripetute opposizioni di Russia e Cina al Consiglio di sicurezza dell’ONU su una risoluzione che condannasse Bachar al Assad, si sono svolti a Ginevra, sempre sotto l’egida dell’ONU, una prima volta nel giugno 2012, seguiti dalla Conferenza di Ginevra 2, iniziata a fine gennaio 2016. Un secondo tentativo che, dopo cinque anni di guerra e l’inestricabile e complessa situazione di opposizioni o sostegni al regime di Bachar che si è venuta a creare, è già confrontato a insuperabili ostacoli per costruire un’intesa di cessate il fuoco.

Il primo ostacolo è costituito dal mosaico del fronte delle opposizioni siriane, prive di una strategia comune e di un consenso in grado di dar loro forza nei negoziati. Uno scenario simile si riscontra anche fra le potenze coinvolte, in particolare fra Russia, Arabia Saudita, Stati Uniti e Turchia, i cui opposti interessi hanno, ad esempio, escluso dal tavolo dei negoziati i curdi, indebolendo ulteriormente la rappresentatività necessaria alla Conferenza.

Il secondo ostacolo è più che altro un quesito: fino a che punto le forze impegnate sul campo hanno realmente intenzione di raggiungere un cessate il fuoco? A giudicare da quanto sta succedendo, ci sono tutte le ragioni per dubitarne. In questi giorni infatti, forze governative siriane, appoggiate dalla Russia riconquistano terreno e non fermano i loro bombardamenti su Aleppo e Daraa, mietendo centinaia di vittime e distruggendo tutto. La Turchia, dal canto suo, sembra uscire definitivamente da una lunga ambiguità politica intervenendo pesantemente contro le postazioni del regime di Assad e soprattutto contro le milizie curdo-siriane che nella zona di Aleppo si battono contro lo Stato islamico. Purtroppo, su questo teatro dove ormai si incrociano più guerre, le intenzioni belliche non si fermano qui e suonano in modo inquietante le esercitazioni militari intraprese in questi giorni dall’Arabia Saudita, con l’obiettivo di rafforzare la lotta contro lo Stato islamico in Siria.

In questo contesto così intricato e dove ormai è difficile disgiungere le varie componenti delle guerre, appare alquanto illusoria la prospettiva non solo di una tregua o di un cessate il fuoco, ma la possibilità di tenere una Conferenza di pace. Significativo al riguardo l’accordo raggiunto a Monaco venerdì scorso fra diciassette Paesi, su iniziativa di Russia e Stati Uniti per un cessate il fuoco temporaneo. E’ stato un accordo durato solo il tempo della sua dichiarazione, dimostrando, purtroppo, come diplomazia e interventi militari continuino a correre, in Medio Oriente, su strade ostinatamente parallele.

 

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