L’Unione Europea in un mondo di conflitti

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Che anche l’Unione Europea sia immersa in un mondo di conflitti non sfugge a chi appena segua le cronache di questi tempi incerti.

Conflitti dentro e fuori dell’UE, di diversa natura e dimensione, ma che insieme generano insicurezza e richieste di protezioni, quando non paura e tentazioni di chiusura.

All’interno dell’UE sono moneta corrente i conflitti sociali, come quelli relativi alla riforma pensionistica in corso in Francia e quelli originati da gravi crisi aziendali come in Italia, e quelli politici come nel caso della Catalogna in Spagna e, forse presto, della Scozia nel Regno Unito dopo Brexit e un po’ ovunque, certamente in Italia, per le ricorrenti le risse tra partiti. Si tratta di conflitti che possono trovare spazio nella democrazia e anche rafforzarla, se non cedono alla violenza e alla sopraffazione delle parti in causa.

Da circa settant’anni la Comunità europea prima, e l’Unione Europea poi, non conosce conflitti armati, che pure l’hanno lambita nella ex-Jugoslavia all’inizio degli anni ’90 e, ancora oggi, in Ucraina, mentre ai suoi immediati confini, nel Mediterraneo e nell’area mediorientale, restano lontani gli orizzonti di pace.

Anche più inquietante lo scenario mondiale dove si intrecciano conflitti armati con conflitti commerciali che possono mettere a dura prova anche le capacità di difesa dell’Unione Europea e a rischio la sicurezza dei suoi cittadini.

Se sul versante dei conflitti commerciali l’UE, forte delle sue competenze in materia, è riuscita finora a difendere gli interessi dei suoi Paesi membri, altrettanto non si può dire della sua capacità di promuovere la pace nel mondo e assicurare la difesa dei suoi cittadini.

Non che l’UE non si sia impegnata a promuovere iniziative di pace nel mondo come, per citarne una recente, nel negoziato a proposito del nucleare iraniano, recentemente sabotato da Donald Trump. Il problema risiede nel limitato margine di manovra di cui dispone un attore, pure economicamente e commercialmente importante come l’UE, privato però di reali competenze in materia di politica estera, ambito gelosamente riservato alle sovranità nazionali i cui interessi divergenti non consentono una politica comune.

Si rivela anche più problematica, in assenza di una politica estera comune e di una propria autonoma capacità militare, l’azione dell’UE sul versante della difesa, un compito delegato all’Alleanza atlantica (NATO), creata nel 1949, prima che nascesse la Comunità europea e che ha associato, negli ultimi anni, nuovi Paesi europei, prima ancora che entrassero a far parte dell’UE, generando due percorsi asimmetrici che hanno creato non pochi problemi, in particolare nei rapporti dell’Unione Europea con la Russia.

Il vertice NATO di inizio dicembre è stato rivelatore dei problemi che si sono andati accumulando nel tempo. Da una parte l’atteggiamento degli Stati Uniti, tentati di ridurre la loro partecipazione all’Alleanza proprio mentre chiedono ai Paesi UE di aumentare i propri contributi finanziari; dall’altra questi stessi Paesi, ad oggi incapaci di dotarsi di una politica comune di sicurezza e difesa, alla ricerca di una difficile intesa per iniziative comuni per rafforzarsi all’interno dell’Alleanza, senza dimenticare le faglie che, anche su questo versante, mettono in tensione i paesi occidentali e quelli orientali dell’UE, mentre pesanti tensioni si profilano all’interno dell’Alleanza e con l’UE per i recenti comportamenti della Turchia.

E adesso, da qualche giorno, con un problema in più: l’uscita dall’UE della seconda potenza nucleare europea, il Regno Unito, tentato di ristabilire una “partnership speciale” con gli USA, genera nuove fibrillazioni, tra l’altro nella coppia franco-tedesca, dove Angela Merkel cerca di frenare le fughe in avanti di Emmanuel Macron.

E se a tutto questo si aggiungono i costi per un rafforzamento dei presidi di sicurezza, interni alla NATO ma anche nei singoli Paesi UE, è naturale intravvedere nuovi problemi per le casse comunitarie e nazionali, già in grande difficoltà a sostenere più coraggiose politiche ambientali, un’ulteriore area di conflitti con vecchie e nuove potenze emergenti e inquinanti, mentre nel mondo tornano a crescere le spese militari e si riaffaccia il rischio nucleare. Ce n’è abbastanza per restare vigilanti e, per l’UE, di assumere le sue responsabilità per promuovere pace e sicurezza, a casa propria e nel resto del mondo.

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Franco Chittolina
presidente di APICE, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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