Lotta alla povertà: servono nuove risposte

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Gli ultimi dati sulla povertà nell’UE

Nel 2018 le persone a rischio di povertà e di esclusione sociale nell’Unione europea sono state oltre 109 milioni: circa un cittadino europeo su 5.

Il dato tendenziale è in calo sia sul lungo periodo sia su base annua. Nonostante i picchi biennio 2010 – 2012 siamo oggi al tasso più basso del decennio.

In termini di valore assoluto, però in dieci anni solo 7 milioni di persone sono state sottratte al rischio di povertà ed esclusione sociale.

Siamo dunque distanti sia dagli obiettivi della Strategia “Europa 2020” (20 milioni di cittadini a rischio di povertà in meno nel decennio 2010-2020) sia da quelli fissati dall’Agenda 2030 (dimezzare il numero di persone in povertà rispetto al 2015, per l’UE , infatti si tratterebbe di contenere il numero di persone a rischio al di sotto dei 59 milioni)

Valutazioni diverse potranno essere fatte, invece nei prossimi anni, se si conferma l’attuale trend, sul contributo che l’UE potrà dare al raggiungimento dell’obiettivo globale, sapendo che i tassi di decrescita del rischio di povertà sono tanto più elevati e rapidi quanto più è accelerata e marcata la crescita misurata in termini di ricchezza prodotta, consumi e miglioramento diffuso del tenore di vita.

In un’Unione europea che cresce poco (1,4% nel 2019 e 1,6% nel 2020) e che presenta forti disomogeneità al suo interno è comunque difficile immaginarsi passi da gigante nella riduzione del numero delle persone in condizioni di povertà o esclusione.

Reddito, risorse essenziali e lavoro

Non sono più confortanti le notizie che si ricavano leggendo i dati relativi alle diverse dimensioni del rischio di povertà.

Un cittadino su 6 nell’Unione europea (16,9% complessivamente, dato stabile rispetto al 2017) ha un reddito che si colloca al di sotto della soglia di povertà, convenzionalmente il valore mediano nel range dei redditi familiari, anche dopo i trasferimenti di Welfare.

Un cittadino europeo su 17 (5,8%, dato in calo sia rispetto all’anno precedente sia rispetto al 2008) vive in grave deprivazione materiale e cioè vive simultaneamente almeno quattro delle seguenti condizioni definite dalla una griglia di indicatori condivisa a livello europeo

In Italia l’incidenza del rischio povertà è più alta rispetto alla media europea (27.3% contro 21,7%) e, in termini di valore assoluto, l’aumento delle persone in povertà non ha eguali negli altri Paesi UE (oltre in milione di persone in più).

La situazione italiana è particolarmente grave sia per quanto riguarda la povertà reddituale dato UE 16,9%, dato nazionale 20,3%) sia per quanto riguarda la bassa intensità lavorativa (11,3% rispetto al 9% UE).

Infine, l’Italia è un Paese sempre più diseguale: nel 1991 il 60% più povero della popolazione possedeva 28% della ricchezza nel 1991 e il 17% nel 2014. All’estremo opposto, il 10% più ricco della popolazione possedeva il 30,7% della ricchezza nazionale nel 1991 e il 42% nel 2014.

Urgono dunque nuove risposte e nuove proposte per dare concreta attuazione al principio  di sussidiarietà e alla solidarietà europea.

Contrastare la povertà significa certamente aumentare le risorse disponibili: ma i dati visti sopra indicano che tale aumento non può essere solo a carico dell’attore pubblico. In questo senso in Italia come nell’UE, si parla di “Secondo Welfare”, “Welfare generativo” o “Welfare civile”, ad indicare quell’insieme di pratiche nelle quali la risposta ai bisogni sociali emergenti viene costruita da una pluralità di soggetti che corresponsabilmente i prendono cura del benessere della comunità.

Contrastare la povertà significa anche rendere accessibili le risorse, in senso più ampio, i servizi e le ricchezze comuni, si vedano in proposito la presa di posizione del Parlamento europeo del 10 ottobre scorso (Relazione sulle politiche sociali e l’occupazione della zona euro) ma anche le iniziative italiane del Forum delle Disuguaglianze e delle Diversità e della rete “Chiudiamo la forbice”

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