L’Italia per il rilancio dell’Unione Europea

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È della settimana scorsa la notizia che il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, ha inviato una lettera ai suoi colleghi di Germania, Francia, Belgio, Olanda e Lussemburgo per invitarli a Roma e cercare insieme le condizioni per un rilancio dell’Unione Europea. Come spesso accade in politica, i tempi scelti per questo genere di iniziative non sono casuali: da una parte fanno eco a eventi analoghi del passato e cercano di tenere conto di opportunità e rischi del presente.

Non è un caso che l’Italia si candidi a riunire a Roma gli altri cinque Paesi fondatori a sessant’anni da due appuntamenti che si rivelarono allora decisivi: la Conferenza di Messina del giugno 1955 e i negoziati dell’anno seguente che portarono alla firma del Trattato di Roma nel marzo del 1957. Quei due anni di trattative presentano singolari similitudini con lo scenario di questi mesi: dal ruolo svolto dall’asse franco tedesco che si andava consolidando alle resistenze, se non addirittura al sabotaggio di quel disegno di integrazione, da parte della Gran Bretagna alla quale i sei Paesi fondatori impedirono di sedere al tavolo dei negoziati.

Se da una parte sappiamo che la storia non si ripete eguale, dall’altra sappiamo anche che la storia è tenace e i suoi orientamenti hanno spesso una lunga durata e non vanno dimenticati. Sessant’anni fa la piccola Comunità europea di allora viveva una fase di smarrimento dopo l’insuccesso del progetto di Comunità europea della difesa (CED), affossato dalla Francia nel 1954, e toccò alla Conferenza di Messina stimolare i Paesi fondatori in vista di una ripartenza che si tradusse con la firma del Trattato di Roma, culla di quella Comunità europea che, senza troppi stravolgimenti, funzionò al meglio fino al Trattato di Maastricht del 1992.

Nel frattempo però i Paesi membri erano raddoppiati, la crisi petrolifera del 1973 e il contemporaneo ingresso nella Comunità di quella stessa Gran Bretagna, esclusa nel 1956, ne avevano modificato il profilo, indebolendone il progetto politico e frammentandone la coesione. Lo scenario era poi radicalmente mutato con la caduta del Muro di Berlino, l’unificazione tedesca di 25 anni fa e la prospettiva del grande allargamento a Est del primo decennio del 2000.

Il Trattato di Maastricht e la creazione della moneta unica, l’euro, non riuscirono a essere perno della nuova Europa, ancor meno dopo l’insuccesso del Progetto di una Costituzione europea, affondata anche questa volta dalla Francia, in compagnia dell’Olanda nel 2005. Il seguito lo abbiamo visto nel fiato sempre più corto dell’Unione Europea a 28, che si trattasse di affrontare la crisi finanziaria esplosa nel 2009, il rischio di bancarotta della Grecia e, in questi ultimi mesi, il flusso migratorio in pressione sui confini, ridiventati frontiere, dell’UE e in particolare dei suoi Paesi periferici, già alle prese con loro proprie difficoltà economiche e sociali.

Questo un sommario richiamo alla storia passata, da integrare con uno sguardo alla situazione di oggi che presenta qualche analogia con la stagione di metà degli anni ’50. In un’Unione Europea, alle prese con crescenti difficoltà a rispettare la sua originaria vocazione comunitaria, ritroviamo oggi il tentativo da parte della Germania e della Francia di proporsi come protagonisti di un rilancio dell’Unione Europea, a cominciare dall’avvio di un governo comune dell’economia in grado di accompagnare e consolidare la gestione dell’euro, per proseguire poi verso la costruzione di un’Unione politica, mentre ancora una volta, sulla strada dell’integrazione, si manifestano le resistenze della Gran Bretagna che, entro il 2017, terrà un referendum sulla propria permanenza nell’UE, alla quale è chiesto di tornare indietro, limitandosi a uno spazio di libero mercato.

È questo il contesto nel quale si colloca, dopo l’incontro del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella con nove suoi colleghi UE, l’iniziativa di Paolo Gentiloni, rafforzata dal recente intervento del Sottosegretario per le politiche e gli affari europei, Sandro Gozi, con la proposta di una «agenda italiana per riformare l’Europa»: voci convergenti dell’Italia, determinata a entrare in un dibattito che crescerà nei prossimi mesi e dal risultato del quale dipenderà buona parte del futuro dell’UE.

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