Limes n 4/2011: La Germania tedesca nella crisi dell’euro

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Nel corso di tutta l’estate si è assistito nei «media» a una spirale di titoli allarmati, se non addirittura apocalittici, sul destino mortale dell’euro e, con esso, sulla fine dell’Unione Europea. Valga per tutti la sentenza perentoria della Cancelliera Angela Merkel: «Se fallisce l’euro, fallisce l’Europa», che ha fatto i titoli dei maggiori quotidiani europei. Sull’argomento si sono moltiplicate analisi e opinioni divergenti; due grandi banche, una svizzera e una americana, hanno disegnato scenari devastanti in caso di uscita della Grecia dall’euro calcolandone costi economici e politici, fino a lasciar intravedere sconvolgimenti geopolitici e conflitti all’indomani della paventata dissoluzione del Unione monetaria europea.
Nessun dubbio che il tema fosse e resti decisivo per le sorti dell’UE e dell’Italia, già   pericolosamente ai bordi dell’Europa per l’inarrestabile caduta di credibilità   del suo governo e per l’evoluzione di una crisi finanziaria dall’impatto economico e sociale via via più grave, come avvenuto con le pesanti e confuse manovre finanziarie estive.
Giunge quindi al momento giusto in libreria l’ultimo numero di Limes, rivista italiana di geopolitica, con una ricca rassegna di articoli sulla «moneta che doveva unire l’Europa e che ora rischia di spaccarla» e sulle ipotesi che si vanno formulando nella prospettiva di aggravamento della crisi dell’euro.
Perno delle analisi e delle proposte è inevitabilmente la Germania, con un pensiero al suo passato e una lettura del suo presente dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e l’uscita di scena del Cancelliere «europeista» Helmut Kohl e l’arrivo al potere di Angela Merkel, incerta tra l’opzione di una Germania europea e un’Europa tedesca. Il titolo di Limes scioglie il dubbio parlando di «Germania tedesca», alla quale potrebbe fare seguito l’idea che «due euro sono meglio di uno» e «neuro»- dove «n» sta per nord – sarebbe quello che vale. Ma già   qualcuno nei Paesi Bassi parla di tre, nell’attesa che ognuno si ripigli le sue carte e l’Italia si ritrovi tra le mani una liretta leggera leggera. Sempre che qualcuno da noi non s’inventi un conio «padano» prima di ritornare a pagare con conchiglie e specchietti e, alla fine, approdare al chilometro zero dell’»economia di cortile» con l’antica forma del baratto.
Scherzi a parte – anche perchà© il tema è maledettamente serio – l’Europa è seduta su una faglia tellurica che, se dovesse aprirsi, porterebbe a fondo con sà© decenni di conquiste commerciali, economiche, sociali e politiche e potrebbe alla fine anche minacciare le nostre fragili democrazie con conseguenze imprevedibili per la pace sul nostro continente.
In attesa di vedere come va a finire, gli analisti fanno a gara a coniare nuove denominazioni per descrivere l’Europa di domani, quella affidata a una «Germania post-europea», definita come un «Paese chiave senza chiavi», sognata dagli USA come una «Prussia buona», che diventa «Gerussia» per i suoi approvvigionamenti energetici e, in ricordo di un’espressione risorgimentale, ripropone l’alternativa secca «O Geropa o Italia», seguita poco dopo da un articolo dal titolo senza ambiguità   «Morire per Roma? No grazie». E per consolarci, e ricordarci che non siamo i soli ad avere problemi con la Germania, un articolo intitolato «Noi francesi non ci fidiamo dei tedeschi».
Insomma, una lettura intrigante con punti di vista non sempre condivisibili ma comunque stimolanti in questa decisiva stagione di svolta per l’Europa.

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