Libera circolazione, ma non per tutti

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Molto si è parlato nelle ultime settimane di libera circolazione, non sempre a proposito. L’estensione del cosiddetto Spazio Schengen dal 21 dicembre scorso a nove dei dodici nuovi Stati membri dell’UE (per ora esclude Cipro, Bulgaria e Romania) ha indubbiamente segnato una tappa importante, perchà© per i cittadini di 24 Paesi non esistono più controlli alle frontiere terrestri e marittime (per quelle aeree si deve attendere il 30 marzo prossimo). Prende dunque forma il tanto invocato concetto di cittadinanza europea, con una libertà   di movimento nell’UE che non riguarda più solo le merci e i capitali ma finalmente anche le persone.
Questo è perಠvero in parte, o perlomeno per una parte dei cittadini che vivono e lavorano nell’UE. Al di là   dei liberi spostamenti per brevi periodi di vacanza, turismo o studio, infatti, i cittadini dei nuovi Stati membri dell’UE che intendono andare a lavorare in altri Paesi dell’Unione incontrano vari problemi, che aumentano quando a circolare sono i rom e diventano quasi insormontabili nel caso di cittadini di Paesi terzi.
Tra i 15 «vecchi» Stati membri dell’UE, infatti, 6 prevedono ancora limitazioni alla libera circolazione dei lavoratori provenienti da 8 dei 10 Paesi entrati nell’UE nel 2004 (tranne Cipro e Malta) e ben 13 (cioè tutti tranne Irlanda e Svezia) mantengono tuttora limitazioni per molte categorie di lavoratori degli ultimi due Paesi entrati nell’UE, cioè Bulgaria e Romania. Certo, si tratta di misure legittime previste dai Trattati di adesione all’UE (disposizioni transitorie) per limitare i possibili impatti negativi degli allargamenti sui mercati del lavoro e che saranno progressivamente abbandonate, ma per ora limitano di fatto l’applicazione della libera circolazione.
Meno legittimi, ma purtroppo diffusi, esistono poi atteggiamenti discriminatori che vorrebbero contrastare fermamente l’ingresso e il soggiorno di alcuni gruppi di cittadini comunitari. Se ne è avuta ampia dimostrazione negli ultimi mesi con un acceso dibattito europeo sulla circolazione dei cittadini rumeni e dei cittadini europei di etnia rom (molti dei quali di nazionalità   rumena), con semplificazioni politiche e mediatiche spesso imbarazzanti. In seguito ad alcuni episodi criminali commessi da cittadini rumeni (su tutti l’omicidio di Giovanna Reggiani, avvenuto a Roma il 30 ottobre 2007 ad opera di un rumeno di etnia rom) e ad episodi di cronaca che hanno riacceso l’attenzione sulle precarie condizioni di molti accampamenti rom, è partita dall’Italia una sorta di campagna antirumena e antigitana, alimentata da alcuni organi d’informazione e alcuni esponenti politici, il cui eco è giunto fino alle istituzioni europee e nell’Aula dell’Europarlamento.

Una direttiva, varie interpretazioni
Si è così fatto un gran parlare, con non poca confusione, della normativa europea e in particolare della direttiva (2004/38/CE) che ha razionalizzato la materia della circolazione e del soggiorno dei cittadini comunitari, unificando in un unico testo l’enorme corpus legislativo dell’UE. Essa conferisce maggior trasparenza al diritto di libera circolazione e soggiorno facilitandone l’applicazione e alzando il livello delle tutele e delle garanzie: per soggiorni inferiori ai tre mesi, ad esempio, basta possedere un documento d’identità   valido e un’assicurazione malattia; per periodi più lunghi è sufficiente un’iscrizione, dimostrando di essere economicamente attivi o di disporre di risorse tali da non diventare un onere per il Paese ospitante; dopo cinque anni di soggiorno legale continuativo nello Stato membro ospitante il cittadino comunitario e i suoi familiari acquisiscono un diritto di soggiorno permanente e incondizionato, espressione piuttosto chiara della cittadinanza europea. Ma è sui limiti al soggiorno che si è aperto il confuso dibattito. La direttiva stabilisce infatti la possibilità   di porre fine al soggiorno per motivi d’ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità   pubblica, ma il commissario europeo responsabile per Libertà  , Sicurezza e Giustizia, Franco Frattini, ha osservato che la direttiva prevede anche la possibilità   di allontanamento nei casi in cui il cittadino comunitario non disponga «per se stesso e per i propri familiari, di risorse economiche sufficienti». Secondo alcuni esponenti politici e media (soprattutto italiani), quindi, non solo si poteva procedere all’espulsione di gruppi di cittadini per motivi di pubblica sicurezza (con riferimento ai rumeni e gravi associazioni del tipo rumeni=criminali) ma addirittura era possibile espellere gruppi di persone indigenti e dunque più vulnerabili ad attività   illegali, anche se cittadini comunitari (con riferimento piuttosto esplicito ai rom).

Monito dell’Europarlamento e nuove misure italiane
àˆ quindi intervenuto il Parlamento europeo (16 novembre 2007) che, affermando come la libera circolazione nell’UE sia un diritto fondamentale e osservando che la direttiva europea pone limiti ben precisi alla possibilità   di espellere cittadini europei, ha criticato il vicepresidente della Commissione europea Frattini giudicando le sue dichiarazioni «contrarie allo spirito e alla lettera della direttiva» e soprattutto ha fissato alcuni paletti. Innanzitutto i provvedimenti devono essere «proporzionati e fondati esclusivamente sul comportamento personale dell’individuo», le sanzioni previste dagli Stati membri devono essere «effettive e proporzionate» e le espulsioni collettive «sono proibite dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo». Poi, insistendo sul fatto che «la responsabilità   penale è sempre personale», l’Europarlamento ha respinto fermamente il principio della responsabilità   collettiva, riaffermando la necessità   di lottare contro qualsiasi forma di razzismo e xenofobia e qualsiasi forma di discriminazione e stigmatizzazione basate sulla nazionalità   e sull’origine etnica.
In dicembre è quindi giunta la nuova disciplina italiana in materia di sicurezza, che comprende una parte relativa ai cittadini comunitari. Nei casi in cui non vi sia pericolosità   sociale ma solo un dubbio sul possesso dei requisiti richiesti per il diritto di soggiorno (periodo inferiore a tre mesi e risorse economiche), il provvedimento è stato molto criticato perchà© improntato sul sospetto: spetta al cittadino l’onere di provare di essere in Italia da meno di tre mesi e che le risorse economiche di cui dispone non derivino da attività   illecite. Secondo Sergio Briguglio, esperto e studioso della materia, «o queste norme saranno applicate senza discriminazione a tutti i comunitari, e allora tedeschi e francesi si arrabbieranno molto, o saranno applicate solo ai comunitari poveri, e allora si arrabbieranno molto i rumeni. In entrambi i casi, queste norme saranno fatte a pezzi dalla Corte di Giustizia europea».

Cittadini di «serie B»
Restano poi due importanti questioni che riguardano i limiti della circolazione e del soggiorno nell’UE. La prima è quella delle più grande minoranza etnica di cittadini europei, cioè la popolazione rom che nei Paesi dell’UE è stimata tra i 7 e i 9 milioni di persone.
Tutti i più autorevoli studi effettuati negli ultimi anni a livello europeo mostrano un livello di discriminazione e di vero e proprio antigitanismo molto elevato e diffuso. Sgomberi forzati ed espulsioni, gravi carenze nell’individuazione di soluzioni abitative adeguate, ghettizzazione, segregazione dei bambini nelle scuole, evidenti discriminazioni sociali attuate dalle pubbliche amministrazioni, diffusa intolleranza delle comunità   locali fino a veri e propri atti di razzismo e violenza praticati da gruppi di cittadini autoctoni e, in alcuni casi, da membri delle forze dell’ordine, senza (quel che è peggio) adeguati interventi delle autorità   pubbliche, sono pratiche osservate in tutti i Paesi dell’UE, più frequenti dove i rom sono più numerosi. Si assiste a un continuo palleggiamento di responsabilità   tra Stati membri sempre pronti a chiedere interventi alle istituzioni europee e queste ultime a sostenere che spetta a governi e autorità   locali l’onere dell’integrazione e del governo del fenomeno. Le condizioni di cittadinanza, soggiorno e circolazione dei rom sono caratterizzate da esclusione socio-economica e discriminazioni diffuse, cosa che continuerà   finchà© la comunità   rom non sarà   riconosciuta come minoranza etnica, con i diritti connessi a tale status, cosa richiesta da varie organizzazioni, dal Parlamento europeo e dal Consiglio d’Europa.
La seconda questione riguarda oltre 20 milioni di cittadini non comunitari che vivono e lavorano regolarmente nell’UE, ai quali se ne aggiungono altri 6-7 milioni che lo fanno illegalmente secondo le leggi dei Paesi dell’UE. Anche per loro i diritti di circolazione e soggiorno sono limitati. Andrebbe meglio almeno per coloro che sono nell’UE da parecchi anni se gli Stati membri applicassero la direttiva 2003/109/CE che li equipara ai comunitari, va senz’altro molto meglio per quei milioni di persone che hanno scelto e ottenuto la cittadinanza di un Paese dell’UE. Per chi si trova in situazione di irregolarità   rispetto alle norme del soggiorno, invece, il rischio è di essere rinchiuso in uno degli oltre 200 Centri per immigrati (CPT in Italia) dislocati in tutta l’UE, detenuto anche per mesi senza aver commesso alcun reato se non quello di circolare appunto. L’UE è poi pienamente impegnata per evitare l’ingresso illegale sul suo territorio dei cittadini di Paesi terzi, attività   di contrasto che se riduce un po’ gli ingressi sicuramente induce gli organizzatori dei traffici illegali a cercare nuove rotte, spesso più pericolose: si stimano circa 1800 vittime delle migrazioni verso l’UE nel solo 2007, quasi 12.000 negli ultimi 20 anni. Una strage inaccettabile e soprattutto evitabile: i flussi migratori si dirigono dove c’è domanda e se «le porte sono chiuse si cerca di entrare dalle finestre». L’apertura di canali d’ingresso legali nell’UE, non solo per immigrati altamente qualificati, è richiesta da più parti e anche dal Parlamento europeo. Anche perchà© non si puಠpensare di mantenere le attuali condizioni per quei 56 milioni di cittadini di Paesi terzi che, secondo le ultime previsioni demografiche, dovranno arrivare nei prossimi 40 anni perchà© i Paesi dell’UE ne hanno bisogno.

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