L’anno che verrà e le tante sfide per la pace

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Non è cosa semplice fare previsioni per l’anno che verrà, vista la turbolenta situazione internazionale, in particolare alle frontiere dell’Europa, insanguinate ancora a Capodanno dall’attentato di Istanbul.

La prima ragione di questa forte incertezza è l’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump, un futuro Presidente degli Stati Uniti che sembra intenzionato, a giudicare dalla sua campagna elettorale, a sconvolgere le carte in tavola anche in materia di politica estera del suo Paese. La seconda ragione riguarda il nuovo ruolo conquistato dalla Russia sulla scena internazionale e le sue prossime mosse all’interno di una “coalizione” che comprende Iran e Turchia. Infine, non mancheranno quesiti sul ruolo che avrà la Cina in quanto nuova potenza politica e commerciale. Alla luce di queste considerazioni, si può affermare che il 2017 confermerà la presenza e il ruolo di leader autoritari e forti al potere, come appunto negli Stati Uniti, in Russia e in Turchia, capaci di alimentare nazionalismi pericolosi, di mettere in difficoltà le sempre più fragili democrazie europee e di modificare gli equilibri costruiti dopo la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda nella regione.

Il recentissimo attentato ad opera dello Stato Islamico ad Istanbul è infatti carico di legittimi quesiti sull’instabile politica estera di Erdogan. Il Presidente infatti, pur di garantire alle frontiere della Turchia, Paese membro della NATO e potenza sunnita nella regione, una zona cuscinetto in funzione anti curda, non ha esitato a schierarsi con una Russia ortodossa e con un Iran sciita, creando nuovi squilibri e imprevedibili reazioni nell’area.

I primi interrogativi per il 2017 sono ovviamente concentrati sulla situazione in Medio Oriente, sulle guerre che lo attraversano, sul terrorismo e sul flusso di rifugiati e richiedenti asilo. Dopo la caduta di Aleppo, la prospettiva di negoziati di pace per la Siria sembra ora spostarsi da Ginevra a Astana, in Kazakhstan, e dove, intorno al tavolo, oltre ai diretti interessati (Governo e ribelli) ci saranno i nuovi attori internazionali, Russia, Turchia e Iran. Quali saranno le basi di un tale negoziato è difficile da dire, soprattutto in un contesto in cui il terrorismo e le guerre di Daesh continuano ad infiammare la regione e a scuotere l’Europa.

La forte instabilità della regione solleva inoltre interrogativi su due importanti nodi: il conflitto israelo-palestinese e l’accordo sul nucleare con l’Iran.  Il primo problema, irrisolto ormai da circa settant’anni, è tornato d’attualità alla fine del 2016 con la Risoluzione adottata al Consiglio di sicurezza dell’ONU grazie all’astensione degli Stati Uniti. Una Risoluzione che condanna Israele, abituato alla condiscendenza statunitense nei suoi confronti, e l’espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania e a Gerusalemme Est: una politica che mette seriamente in pericolo la prospettiva di una pace e di una soluzione a due Stati, prospettiva tuttavia ancora molto lontana.

Ma Israele rimane in fiduciosa attesa dell’arrivo del futuro Presidente Trump che, durante la campagna elettorale e soprattutto con la nomina di David Friedman quale ambasciatore americano in Israele, ha chiaramente fatto capire il suo sostegno a questa politica di colonizzazione, con conseguenze ora imprevedibili da parte palestinese e araba.

Il secondo tema, anch’esso molto sensibile, riguarda l’accordo sul nucleare raggiunto nel luglio 2015 con l’Iran. Anche su questo tema, le incertezze che il futuro Presidente degli Stati Uniti ha lasciato planare  durante la campagna elettorale non rassicurano e mettono in pericolo la sostanza e la durata di un accordo dai molteplici aspetti: economici, politici, di relazioni internazionali  e di sicurezza nucleare in un contesto ad alto rischio di esplosione.

Infine, un tema importante per il 2017 sarà l’impegno mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici. Con l’accordo di Parigi del dicembre 2015, gli Stati si sono impegnati a tradurre tale accordo in azioni concrete, fissando per il 2018 una prima verifica degli impegni politici presi.  Una buona notizia è giunta nel settembre scorso con la ratifica dell’Accordo di Parigi da parte della Cina, primo Paese inquinatore della Terra, e da parte degli Stati Uniti. Il punto interrogativo per il 2017 risuona purtroppo, anche su questo tema, inquietante nelle parole di Donald Trump: “Il riscaldamento globale non è una minaccia grave, anzi forse non esiste (…)”.

Difficile essere ottimisti per l’anno che verrà. Queste sono solo alcune delle sfide che ci attendono nel prossimo futuro, che vorremmo tuttavia fatto di pace, di accoglienza, di solidarietà, di giustizia sociale e di rispetto per la Terra.

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