La Serbia alle elezioni, tra crisi e Europa

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Giorno di ballottaggio per l’elezione del Presidente, il 20 maggio segna una svolta nella vita politica della Serbia. Contrariamente alle previsioni che davano quasi per scontata la riconferma per un terzo mandato a Boris Tadic, rappresentante del partito democratico, la maggioranza degli elettori serbi ha invece deciso di portare alla Presidenza Tomislav Nikolic del Partito progressista serbo. Un risultato complesso e carico di significati se si considera che per la prima volta il Paese è andato a votare sulla base di nuove prospettive politiche e non sotto la pressione di vecchi o più recenti traumi che hanno segnato la sua storia degli ultimi venti anni.

Boris Tadic, Presidente uscente è stato protagonista della vita politica della Serbia dal 2004.

In gioco con queste elezioni l’accordo della maggioranza del popolo serbo a continuare sulla strada seguita da allora, una strada che non è stata priva di ostacoli, di compromessi e di sacrifici, ma che in primo luogo ha portato il Paese, lo scorso primo marzo, a ottenere lo statuto di candidato all’adesione all’Unione Europea. Per un Paese isolato politicamente ed economicamente dalla fine delle guerre nei Balcani negli anni novanta, il raggiungimento di un risultato di tale importanza comportava necessariamente tutto un insieme di sfide politiche attuali e future. Comportava in particolare una Serbia che con l’arresto dei criminali di guerra e il loro processo davanti al Tribunale dell’Aja fosse in grado di far memoria storica del suo recente passato; una Serbia che si sarebbe avviata a diventare punto di equilibrio per la stabilità e per la pace nell’insieme dei Balcani e una Serbia alla ricerca  del compromesso più adeguato per stabilire reciproche relazioni nuove e rispettose con il Kossovo.

Con una maggioranza risicata del 50, 21%, i Serbi hanno scelto, con Tomislav Nikolic una strada diversa e forse molto più vicina alle loro preoccupazioni quotidiane.

Nikolic, dopo la sconfitta alle elezioni del 2008 che confermarono un secondo mandato per Tadic, abbandonò il  vecchio partito, radicale e ultranazionalista, per avvicinarsi, a quanto pare,  a posizioni più moderate e europeiste, senza tuttavia abbandonare i sogni di una “Grande Serbia” e l’intransigenza nei confronti di qualsiasi tentativo di dialogo per quanto riguarda, in particolare, il Kossovo.

La campagna elettorale di Nikolic ha evidentemente toccato altre corde oggi più sensibili nel cuore dei Serbi. Come altri Paesi europei, anche la Serbia vive una profonda crisi economica e sociale. La disoccupazione, negli ultimi tre anni è salita dal 14 al 24% della popolazione, alimentando nel contempo tensioni etniche all’interno del Paese, uno stipendio medio si aggira sui 360 Euro e la corruzione ha ormai raggiunto livelli preoccupanti. La promessa della piena occupazione, di una maggiore protezione sociale e la costruzione di nuove infrastrutture hanno segnato quindi, all’insegna della crisi, la vittoria di Nikolic.

Nel frattempo l’Europa sembra un pò più lontana e la scadenza di un’adesione prevista per il 2020 forse lontanissima. Ma rimane pur sempre di grande auspicio che la Serbia non abbandoni il percorso fatto finora verso la pace e la stabilità nella regione.

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