La riforma dell’ONU: un’occasione di confronto sulla governance mondiale

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Ha scritto un grande narratore africano, Ahmadou Kourouma, che «visto che già   non sappiamo dove andiamo, che almeno sappiamo da dove veniamo». Una lezione di saggezza africana che ben si adatta al futuro del pianeta e alla prospettiva di un suo governo democratico, legittimo ed efficace. E quindi utile avvertenza per chi voglia serenamente partecipare al dibattito in corso, destinato a crescere nei prossimi mesi, sulla riforma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU). Nel nobile scopo di mantenere la pace e la sicurezza fra gli Stati, l’ONU era stata preceduta dalla Società   delle Nazioni, che creata nel gennaio del 1920, non riuscì mai realmente nel suo scopo, in particolare a partire dagli anni ’30, e venne dichiarata estinta nel 1946. Nel frattempo, alla vigilia della fine della Seconda Guerra mondiale, nel luglio del 1944, gli alleati e futuri vincitori del conflitto ponevano, a Bretton Woods nel New Hampshire, le basi del nuovo ordine economico e monetario internazionale dal quale sarebbero germinati nel 1945 il Fondo monetario internazionale (FMI), la Banca Mondiale e, nel 1947, l’Accordo GATT sulle tariffe doganali e il commercio trasformatosi nel 1995 nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Una cronologia da tenere d’occhio: perchà© se è vero che le istituzioni economiche di Bretton Woods sono più o meno contemporanee dell’ONU, nata il 24 ottobre 1945, gli accordi sull’ordine monetario post-bellico sono precedenti e si muovono tuttora fuori dell’alveo onusiano e a questo non sono subordinati. Sarà   bene ricordarsene per non fare confusione e non attribuire all’ONU, già   sufficientemente malandata, responsabilità   che non ha e magari per affidargliene con chiarezza in futuro perchà© possa uscire da una politica declamatoria e poco efficace.
Ed è proprio per dare all’ONU efficacia e più solida legittimità   che torna oggi all’ordine del giorno il tema della sua riforma che il Segretario Generale Kofi Annan vorrebbe vedere adottata in tempi brevi, possibilmente in occasione della prossima Assemblea di settembre quando l’ONU compirà   60 anni. La proposta anticipata da Kofi Annan è il risultato di un Comitato di Saggi e comporta elementi diversi tra i quali spiccano due opzioni per la riforma del Consiglio di Sicurezza e proposte sul Consiglio Economico, quello dei Diritti umani, della Corte penale internazionale e ancora sulla definizione di terrorismo e i criteri per un uso legittimo della forza. Non è tuttavia azzardato prevedere che il dibattito dei prossimi mesi si concentrerà   in gran parte sulla riforma del Consiglio di Sicurezza e in particolare sulla sua composizione. Oggi ne fanno parte cinque Paesi (USA, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina) come membri permanenti con diritto di veto e altri dieci Paesi a rotazione, eletti ogni due anni dall’Assemblea. Le critiche a questa articolazione sono note: a 60 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale il peso rispettivo degli allora vincitori si è fortemente modificato sullo scacchiere geopolitico ed è inaccettabile l’assenza di Paesi di altri continenti come l’America Latina e l’Africa. La riforma annunciata da Kofi Annan punta ad allargare la rappresentatività   del Consiglio di Sicurezza con due opzioni possibili: aggiungere sei nuovi membri permanenti senza diritto di veto (2 per l’Africa, 2 per l’Asia, uno per l’Europa e uno per le Americhe) oppure 8 membri semi-permanenti, sempre senza diritto di veto, rinnovabili ogni quattro anni. Come si vede, la proposta non modifica la posizione degli attuali 5 membri permanenti che conservano in esclusiva il diritto di veto, ma modula diversamente l’integrazione dei nuovi membri allargando la rappresentanza dei diversi continenti e, nel caso della prima opzione, promuovendo a nuovi «semi-grandi» sei nuovi Paesi. E qui si scatena un aspro confronto su chi debbano essere questi nuovi «azionisti pesanti» dell’ONU in provenienza dalle aree del mondo chiamate finalmente ad accedere alla stanza dei bottoni. Particolarmente duro il dibattito in Europa dove ambisce all’unico seggio disponibile la Germania e questo in barba alla prospettiva di una rappresentanza unitaria dell’Unione europea e con il risultato di tagliare fuori l’Italia dal giro dei Grandi. Non stupisce quindi che il nostro Paese si opponga a questa soluzione preferendole l’opzione di 8 nuovi membri semi-permanenti, tra cui l’Italia potrebbe a turno figurare insieme ad una rappresentanza più adeguata dei Paesi in via di sviluppo. Si tratta di un negoziato complesso e per il nostro Paese da affrontare in salita, anche perchà© giocato tutto in difesa con l’obiettivo di non essere ulteriormente emarginati nella futura politica internazionale. Il tutto reso più difficile dal degrado di credibilità   internazionale – in particolare in Europa – che affligge il nostro Paese da qualche anno a questa parte. Difficilmente l’Italia, se prevalesse la prima ipotesi potrebbe contrastare la Germania; più facile per il nostro Paese farsi promotore del secondo scenario su cui potrebbero convergere anche gli altri Paesi esclusi dall’opzione dei sei nuovi membri permanenti.
Ma la questione, certo importante, della composizione del Consiglio di Sicurezza rischia di essere un po’ l’albero che nasconde la foresta, che è fatta di problemi non meno importanti. A cominciare dagli squilibri creati dal persistente diritto di veto fino alle competenze da riconoscere all’ONU con annessa capacità   di comminare sanzioni in caso di infrazione. Le recenti vicende vissute dall’ONU alla vigilia della guerra in Iraq sono ancora davanti agli occhi di tutti ed esigono cambiamenti radicali per quanto attiene alla definizione di terrorismo e ai criteri per l’uso legittimo della forza. In tale contesto sarebbe bene cogliere l’occasione per chiarire il ruolo delle Istituzioni economiche come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale per le quali, senza buttare il bambino con l’acqua sporca, si deve rapidamente mettere mano a meccanismi di funzionamento più democratici di quelli attuali.
Sarebbe un peccato se in questi mesi di confronto sul futuro della «governance» mondiale – perchà© di questo alla fine si tratta – tutto si esaurisse sulla composizione del Consiglio di Sicurezza o, ancor peggio qui da noi, sulla presenza in esso dell’Italia. Sarebbe l’ulteriore segno della nostra persistente deriva «provinciale» e motivo di ulteriore decadimento del ruolo internazionale del nostro Paese.

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