La Gran Bretagna cerca di guadagnare tempo con l’UE

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C’è un modo sicuro per scoraggiare quanti speravano che Brexit fosse un’occasione per rilanciare l’Unione Europea: cercare di guadagnare tempo per far perdere slancio al sussulto di volontà riformatrice dalla quale dipende la rifondazione del progetto europeo.

Non sorprende che questo sia il modo scelto dalla Gran Bretagna, da sempre maestra nell’ostacolare il processo di integrazione europea fin da quando ci stava dentro con un piede fuori e adesso che mira a starne fuori con un piede dentro. Purtroppo non sorprende nemmeno troppo che in questo la Gran Bretagna sia assecondata dalla Germania, non sostenuta dalla Francia e esplicitamente contrastata, per quello che può valere, dall’Italia.

In questo gioco a quattro, dove gli altri Paesi UE si posizioneranno di volta in volta a seconda di loro specifici interessi, i principali contendenti hanno i loro buoni motivi per muoversi con tempistiche diverse.

A cominciare dalla Gran Bretagna, chiaramente colta alla sprovvista dall’esito del referendum e corsa immediatamente ai ripari con un rapido cambio alla testa del governo per cercare di elaborare una strategia in vista della procedura di divorzio. Per fare questo la nuova Prima ministra, Theresa May, ha bisogno di tempo per trovare una difficile intesa all’interno del suo partito, profondamente diviso sull’atteggiamento nei confronti dell’UE e per sminare i rischi di rotture in provenienza dalla Scozia e dall’Irlanda del nord. La sua prima decisione è stata quella di prendere tempo e sfruttare il dispositivo dell’art. 50 del Trattato di Lisbona che lascia totalmente nelle mani del Paese in uscita dall’UE l’avvio formale della procedura di divorzio. Cameron aveva indicato come possibile scadenza l’autunno, la May aspetterà l’inverno ma non è sicuro che la comunicazione a Bruxelles avvenga prima della fine dell’anno. A quella data si conoscerà l’esito delle elezioni americane e con esse il futuro, se mai ci sarà, del negoziato sul Trattato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP).

Alla Germania tempi più lunghi per l’avvio del negoziato non dispiacciono: ci sono importanti interessi economici da difendere e non è nel temperamento di Angela Merkel accelerare in politica, vista anche la scadenza ravvicinata delle elezioni politiche all’inizio dell’autunno 2017. Senza contare che sarebbe imbarazzante per la Germania, reduce da un passato di violenta ostilità contro la Gran Bretagna, destare ricordi non ancora sopiti proprio in una fase storica in cui cresce l’egemonia tedesca sul continente e si profila una svolta per un maggiore protagonismo anche militare della Germania nell’attuale tormentata geopolitica mondiale.

Ha più fretta di concludere il divorzio la Francia, meno della Germania esposta alle ricadute economiche di Brexit, e alla vigilia di elezioni presidenziali, anche più difficili di quelle di oltre Reno. La caduta di consenso di cui sono oggetto Hollande e i socialisti potrebbe essere attenuata dalla percezione di un presidente severo e determinato, capace di farsi apprezzare in politica estera, molto più di quanto riesca a fare nella politica interna.

Più decisa di tutti a muoversi rapidamente è l’Italia, non solo per il temperamento del suo Presidente del Consiglio, ma anche per segnare punti nei mesi turbolenti che attendono il suo governo e per rafforzare il suo ruolo, oltre che la sua immagine, sulla scena europea e per non disperdere il risultato ancora fragile rappresentato dalla sua recente partecipazione a Berlino al possibile nuovo Direttorio UE con Germania e Francia. Un obiettivo che coincide con gli interessi dell’Italia e dà seguito alle sue proposte per una riforma dell’Unione Europea, in vista anche di un nuovo incontro con Angela Merkel e François Hollande a Ventotene il 22 agosto e, soprattutto, per preparare l’anniversario del Trattato di Roma il 25 marzo prossimo in Campidoglio. E’ nell’aria per quella data l’elaborazione di un progetto di riforma dell’UE, a partire dalla memoria positiva dei sei Paesi fondatori e con un’apertura prioritaria ai 19 Paesi dell’eurozona.

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