La Germania torna al centro dell’Europa

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Lo dice la geografia, ce lo ha ricordato da tempo la storia, adesso lo conferma l’attualità politica europea: la Germania, dopo una breve pausa post-elettorale, torna al centro dell’UE. Un ritorno segnato da alcuni numeri: due mesi di negoziati tra i tre partiti vincitori delle elezioni del settembre scorso, 177 pagine di contratto di governo per archiviare sedici anni dell’epoca di Angela Merkel.

Volendo si possono aggiungere altri due numeri: 260 citazioni dell’Europa nel contratto di governo contro solo 253 per la Germania. A leggerli intrecciati tra di loro questi numeri dicono molto della Germania che avrà come nuovo Cancelliere il socialdemocratico Olaf Scholz, vice-Cancelliere il verde Robert Habeck, ministro dell’economia e dell’ambiente, e ministro delle finanze il “falco” liberale Christian Lindner.

Proviamo a tradurre. Si profila una futura politica tedesca attenta alla dimensione europea e favorevole con prudenza a un suo sviluppo in senso federale con una “sovranità strategica” rafforzata, tra l’altro in materia sanitaria e digitale. Toccherà alla componente socialdemocratica promuovere progressi in materia sociale, come nel caso dell’aumento del salario minimo e della tutela del sistema pensionistico, mentre sarà naturalmente in carico ai verdi la spinta in avanti della politica ambientale, con l’uscita dal nucleare e dalle energie prodotte dal carbone, e ai liberali la difesa dei conti pubblici e del rigore in Europa.

Quest’ultimo aspetto inquieterà più di un Paese nell’Unione Europea, in particolare l’Italia e la Francia, entrambe orientate a una revisione in profondità del “Patto di stabilità”, alleggerendone i vincoli e dotandolo di una maggiore flessibilità, una posizione che oltre-Reno non sembra  particolarmente gradita.

Gli osservatori concordano nel giudicare il nuovo contratto di governo in forte continuità con la politica precedente, anche se con qualche ambizione in più, come dice anche il titolo del documento “Osare più progresso”. Non ci vuole molto a fare qualche passo in più di Angela Merkel, regina del compromesso e del rinvio, circondata com’era da forze politiche conservatrici al potere per molti mandati dal dopo-guerra ad oggi. 

La novità già è quella di questo governo “semaforo”: il rosso socialdemocratico, il giallo liberale e il verde degli ecologisti: la prima volta di una coalizione a tre, con esclusione dei conservatori e con nuove prospettive anche per la futura politica europea. Salvo sorprese alle elezioni presidenziali francesi del maggio prossimo dovrebbe confermarsi come asse centrale dell’UE il motore franco-tedesco, non insidiato ma si spera rafforzato dal “Trattato del Quirinale” appena firmato lo scorso 26 novembre tra Francia e Italia. Nel “contratto di governo” vi è anche un riferimento alle future conclusioni della “Conferenza sul futuro dell’Europa” e un’apertura verso una riduzione del capestro del voto all’unanimità con l’obiettivo di rafforzare il “metodo comunitario” che prevede un ruolo maggiore di due Istituzioni UE, come Parlamento e Commissione (con una più forte legittimazione di quest’ultima da parte dell’Assemblea di Strasburgo), e un contenimento del modello intergovernativo caro ad Angela Merkel, ma anche a Emmanuel Macron, nonostante i suoi proclami in favore della “sovranità europea”, come si è potuto ancora constatare in occasione della designazione della nuova presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Sempre sul versante parlamentare è da segnalare anche un’apertura verso una parziale componente di liste transnazionali in vista delle elezioni europee del 2024.

Tutti segnali che fanno ben sperare per l’Unione Europea in questa stagione difficile e piena di incertezze sul futuro.   

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