La crisi dell’Europa

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Di questi tempi, Europa e crisi sembra siano diventate sinonimi. Due parole variamente coniugate, di volta in volta qualificate con aggettivi diversi. All’inizio, nel 2008, fu in evidenza la dimensione finanziaria, poco dopo la crisi attaccò l’economia reale per poi tradursi in una crisi sociale e, tutte insieme, provocare dirompenti crisi politiche. Cominciarono a farne le spese l’Irlanda e il Portogallo, poi fu la volta della Spagna e della Grecia fino all’Italia, senza risparmiare le Istituzioni europee.

Tutte queste crisi, tra loro intrecciandosi e alimentandosi reciprocamente, hanno generato tra i cittadini prima incertezza e poi anche paura.

Al capezzale dell’Europa malata si sono affannati esperti di ogni disciplina, convenendo alla fine che la soluzione fosse da cercare in un movimento capace di risalire la china, impresa non facile ma indispensabile. Si trattava per una politica rigenerata di riprendere il timone a servizio di una società solidale ed equa, facendo leva sugli strumenti offerti dall’economia e dalla finanza. Più facile dirlo che farlo.

A rendere tutto più difficile e complesso, ma anche più stimolante, giungono adesso le riflessioni suggerite dai tre brevi saggi recenti contenuti nell’ultimo libro di Ulrich Beck, “La crisi dell’Europa”, nel quale ci viene ricordato che a monte di tutte queste crisi di oggi pesa un’irrisolta crisi culturale che attraversa tutte le altre rendendone impossibile la loro soluzione.

Il primo saggio ha un titolo che parla da solo: “La crisi e il ritorno degli dèi” e punta il riflettore su questa nostra società multiculturale che tendiamo a esorcizzare, fino a dichiarare come ha fatto Angela Merkel – ancora lei! – “la morte del multiculturalismo”. Commenta l’Autore: “Questa affermazione non fa i conti con la realtà: in Germania, ad esempio, un terzo dei bambini al di sotto dei cinque anni vive all’interno di famiglie bi nazionali; nelle scuole materne è abbastanza comune che i più piccoli parlino più di diciotto lingue”. Segue l’affermazione che “la visione nazionale occidentale è una visione fondamentalista” e che “ al contrario “europeità” significa essere in grado di fondere in un’unica esistenza quelle cose che appaiono logicamente incompatibili nella grettezza del pensiero etnico”. Inevitabile a questo punto una riflessione sul ruolo della religione e delle sue “due facce”: “Dall’universalismo della religione nasce una fratellanza che trascende classe sociale e nazionalità, ma anche la demonizzazione degli altri credo religiosi”, concludendo con annotazioni sulle conseguenze della secolarizzazione della società europea.

Il secondo saggio analizza la crisi nel contesto della cosmopolitizzazione e del nuovo sguardo che consente di portare sulla crisi attuale dell’Europa, ritornando  sulle conseguenze politiche che ne derivano, illustrate dai cinque falsi miti della politica nazionale nell’epoca globale: da quello secondo cui “nessuno può fare politica contro i mercati” a quello dell’”idillio nazionale”; dal mito neoliberista al falso mito neomarxista per concludere con il mito tecnocratico, ohimè di grande attualità e individuare le conseguenze di tutti questi miti per l’Europa.

Il libro si chiude con un ultimo saggio sul rischio globale vissuto recentemente con la crisi finanziaria e la crisi nucleare.

Come si vede una riflessione a tutto campo sulla crisi culturale che stiamo vivendo e che oggi farebbe ripetere al grande architetto di questa Europa, Jean Monnet, le parole pronunciate alla fine della sua vita: “Se dovessi ricominciare, ricomincerei dalla cultura”. E’ anche un invito per tutti noi.

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