La Commissione europea e l’ossessione della competitività  

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La Commissione europea ha presentato la settimana scorsa al Consiglio e al Parlamento europeo la sua visione e le sue proposte per una nuova strategia commerciale dell’Unione europea.
Forte di circa il 20% delle esportazioni e importazioni di merci e servizi a livello mondiale, l’Ue è effettivamente uno degli attori principali del commercio internazionale.
Sulla base dell’articolo 133 del Trattato CE, la politica commerciale è parte delle politiche comunitarie, il che significa che le decisioni in materia debbano essere convenute a livello comunitario. E’ quindi, ad esempio, la Commissione europea che, a nome dei 25 Stati membri, negozia accordi multilaterali in seno all’Organizzazione mondiale per il Commercio (OMC) e partecipa ai negoziati di Doha per lo sviluppo.
Naturalmente uno degli obiettivi principali dell’Ue in materia di politica commerciale è aprire nuovi mercati alle esportazioni europee. La nuova comunicazione della Commissione, intitolata «Un’Europa competitiva in un’economia mondializzata – Contributo alla strategia europea per la crescita e l’occupazione», indica nuovi orientamenti per una politica commerciale ancor più competitiva, attraverso una maggiore liberalizzazione dei mercati, dei servizi, degli investimenti, degli appalti pubblici nonchà© per una maggiore protezione della proprietà   intellettuale. Considerando che troppi sono ancora gli ostacoli e i freni, posti da molti Paesi e regioni del mondo, ad una completa liberalizzazione, la Commissione propone l’obiettivo di un sistematico smantellamento di questi ostacoli e il superamento dell’ attuale stallo nei negoziati in seno all’OMC.
La Commissione, pur dichiarando a più riprese nella sua comunicazione l’importanza di un sistema commerciale multilaterale e la necessità   di aderire alle regole giuridiche di base per la gestione del commercio internazionale fissate dall’OMC, propone tuttavia l’apertura e il negoziato di accordi bilaterali di libero scambio con quei Paesi e in quei settori che attualmente bloccano le discussioni proprio in seno all’OMC. Questi accordi bilaterali offrirebbero più rapidamente opportunità   di apertura dei mercati all’Ue e, forse, contribuirebbero a far maturare le discussioni in seno all’OMC per futuri accordi multilaterali.
Benchà© l’Unione europea abbia già   firmato, nella sua storia, accordi bilaterali o biregionali di libero scambio, va sottolineato che molto spesso questi erano parte di accordi più vasti, quali gli accordi di partenariato e di cooperazione. Le proposte fatte oggi dalla Commissione prospettano accordi bilaterali che abbiano come obiettivo principale quello di rafforzare la competitività   dell’Unione. Si propongono quindi negoziati con il Mercosur (paesi membri: Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela), l’ASEAN (Associazione dei paesi del Sud Est Asiatico) e la Corea del Sud, con l’India, con la Russia, con i Paesi del Golfo e infine con la Cina. Secondo la Commissione, tutti questi Paesi o regioni hanno infatti un elevato livello di protezione dei mercati, barriere tariffarie e non tariffarie, restrizioni all’accesso delle loro risorse (energia, metalli, materie prime). Togliere questi ostacoli per l’accesso ai mercato è effettivamente visto dalla Commissione come una priorità   incontestabile per garantire la crescita economica dell’Unione.
In questo contesto, se prendiamo ad esempio i servizi, essi rappresentano circa il 77% del PIL europeo e dell’occupazione: come non immaginare la liberalizzazione del commercio mondiale dei servizi una priorità  ?
E infine la Commissione indica due criteri guida per il negoziato bilaterale: il potenziale dei mercati dei paesi partner (ampiezza e crescita economica) e il livello delle misure protezionistiche che frenano le esportazioni dell’Unione.
Va da sà© che questa nuova strategia presentata dalla Commissione, a più di un titolo, solleva inquietanti interrogativi.
In primo luogo, la liberalizzazione dei mercati (con il conseguente ingresso nell’UE di prodotti meno cari) e l’estensione del libero scambio alla maggior parte dei Paesi terzi, rischia di rimettere in discussione gli accordi preferenziali dell’Unione europea con i Paesi più poveri del mondo e in particolare con i paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico). Ricordiamo qui che l’Accordo di Cotonou e il sistema delle preferenze generalizzate prevede per questi Paesi condizioni d’accesso preferenziale ai mercati dell’Ue per tutti i loro prodotti (i famosi accordi chiamati «tutto tranne le armi»). Come riuscirà   l’Ue a rispettare questi accordi? Come faranno i Paesi in via di sviluppo e più poveri a reggere la concorrenza dei paesi emergenti? Che ne sarà   della posizione dell’Ue ai negoziati di Doha che, anche se bloccati dal luglio scorso, hanno l’obiettivo di fissare regole per lo sviluppo e sostenere i Paesi più poveri a trarre vantaggi da una maggiore liberalizzazione dei mercati?
Ma ancor più inquietante: che ne sarà   degli aspetti sociali di questi accordi? Che ne sarà   della protezione dei diritti dei lavoratori e del rispetto dei diritti fondamentali? Tutti interrogativi che non sono presi in considerazione nella comunicazione della Commissione e che lasciano, ancora una volta, il cittadino europeo di fronte ad un inaccettabile disorientamento.

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