Italia e Germania per ricostruire l’Unione Europea

Che molta influenza abbia avuto, e continui ad avere, la Germania sulla vita dell’Europa è un’evidenza che non sfugge a nessuno. Nel bene e nel male, nel secolo scorso e in questo che stiamo vivendo. Qualcosa di analogo si può dire dell’Italia, benché in misura minore: anche qui nel bene e nel male, ieri e oggi.

Il tema riaffiora regolarmente nel confronto politico europeo, con una particolare intensità in questi ultimi giorni come testimoniano il duro botta e risposta tra il governo italiano e quello tedesco, il dialogo “riparatore” tra il Presidente Napolitano e il suo collega tedesco, Joachim Gauck, la settimana scorsa a Torino e, pochi giorni fa, le “franche” dichiarazioni del Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, nel suo costante duello con il Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi.

Lasciamoci alle spalle, ma senza mai dimenticarlo, il male che Germania e Italia hanno fatto all’Europa nel secolo scorso, entrambe protagoniste di due guerre mondiali, anche se con responsabilità significativamente diverse e, in questi ultimi tempi, con rapporti intrisi di reciproci sospetti che non hanno fatto bene all’UE, nella morsa della più grave crisi della sua storia.

Non dimentichiamo nemmeno però il bene che entrambi questi Paesi hanno fatto per l’Europa, avviando il processo di unificazione europea, prima con l’audace scommessa di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) con Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi; poi, dopo il fallimento del progetto della Comunità europea della difesa (CED) a opera della Francia, rilanciando insieme quel processo di integrazione con la Conferenza di Messina che preparò la nascita della Comunità economica europea (CEE) e, infine, contribuendo con i loro statisti migliori – Helmut Kohl, Gerhard Schröder e Joschka Fischer da una parte e Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi dall’altra – a proseguire nell’unificazione del continente europeo fino ai 28 Paesi di oggi, dotandolo di una moneta unica per la maggioranza di essi.

E siamo ai giorni nostri, quelli delle scaramucce tra Matteo Renzi e Angela Merkel, affiancata dal suo fido ministro delle finanze Schäuble, con il fastidioso richiamo tedesco ai “compiti a casa” e l’inascoltato appello italiano, ma anche del Fondo monetario internazionale, alla Germania perché alleggerisca la sua bilancia commerciale in forte eccedenza per contribuire alla ripresa economica europea.

Meno urlato – o twittato – lo scambio duro di messaggi tra il Presidente della Bundesbank e quello della BCE, Mario Draghi, che non sembra recedere dalle sue intenzioni di fare uso della leva monetaria per venire in soccorso all’economia europea sul bordo della deflazione e alle prese con la buona notizia della caduta del prezzo del petrolio che porta però con sé conseguenze negative: tra queste il rallentamento di importanti economie del mondo, non ultima quella russa, già sotto pressione per le sanzioni inflitte a seguito della crisi ucraina. Non c’è molto di nuovo nel “diktat” del Presidente della Bundesbank, ma alcune considerazioni meritano attenzione, in particolare l’indicazione della via maestra per consolidare l’euro e affrontare la crisi: «andare verso un’unione fiscale, con gli Stati dell’eurozona che delegano parte dei loro diritti sovrani di bilancio a livello europeo». È la strada che porta verso l’Unione politica e che sola può dare uno sbocco europeo alle tentazioni egemoniche della Germania, per la quale è venuto il momento di assumersi maggiori responsabilità politiche a fronte delle maggiori energie economiche e finanziarie di cui dispone, anche grazie ai suoi partner europei.

Lo indica anche la diagnosi formulata dal Presidente Napolitano a Torino: «C’è stata – questa è la verità – una complessiva inadeguatezza a padroneggiare le implicazioni della creazione dell’Euro e di una politica monetaria sovranazionale, a darvi tutte le proiezioni e gli sviluppi necessari sul piano delle politiche fiscali ed economiche e ad avanzare sul terreno di una Unione Politica».

Parole sagge, quasi un testamento politico al capezzale di un’Europa malata.

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