Istanbul torna a votare

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Con le nuove elezioni amministrative ad Istanbul previste per il 23 giugno, la Turchia si appresta a vivere un momento importante della sua recente storia.  Le elezioni del 31 marzo scorso infatti, hanno visto il partito Giustizia e Sviluppo (APK) del Presidente Erdogan perdere il controllo delle due maggiori città, Istanbul e Ankara, sulle quali regnava da circa vent’anni. La risicata vittoria a Istanbul (molto più netta ad Ankara) del candidato dell’opposizione, Ekrem Imamoglu, del Partito repubblicano del Popolo (Chp, simbolo di una laicità repubblicana) aveva spinto il Partito del Presidente, che aveva fatto di queste elezioni un importante test politico, a chiedere l’annullamento del voto e nuove elezioni. Segno non solo di una sconfitta amara e inaccettata, ma anche rivelatore di una possibile incrinatura nel progetto autoritario di Erdogan e di una crescente resistenza democratica nel Paese. Inoltre, Erdogan  ha sempre dichiarato che “chi vince ad Istanbul, vince in Turchia”, anche perché è a Istanbul che batte il cuore economico e finanziario del Paese.

Una situazione che mette quindi in evidenza due tendenze in corso e che meritano attenzione non solo per la stabilità interna al Paese, ma anche per il ruolo della Turchia sullo scacchiere mediorientale e internazionale.

Sono infatti  anni che Erdogan tesse la sua tela per trasformare il sistema politico turco in una Repubblica presidenziale, concentrando l’insieme dei poteri nelle sue mani e deviando da un processo democratico che il Paese aveva intrapreso agli inizi degli anni 2000. Tappa importante in questo processo è  stato il referendum costituzionale dell’aprile 2017, vinto da Erdogan sul filo di lana e svoltosi sotto lo stato di emergenza dichiarato a seguito del fallito colpo di Stato del luglio 2016. Da allora la Turchia vive in uno Stato in cui non esistono più spazi per il dissenso, dove è stato demolito pezzo per pezzo lo Stato di diritto, dove è stata imbavagliata la libertà di stampa e di espressione e dove, attraverso una robusta repressione, migliaia di funzionari sono stati incarcerati.

La vittoria dell’opposizione a Istanbul, se riconfermata il 23 giugno, ha quindi un significato che va ben al di là di un risultato amministrativo perché rimette in discussione un regime il cui obiettivo è quello di eliminare definitivamente quel che rimane di un sistema democratico e laico e di governare attraverso la forza di un solo partito, l’AKP, appunto. L’affluenza e la partecipazione al voto per le elezioni di marzo (circa l’85% degli aventi diritto) è un altro segno della volontà dei cittadini di esprimere la propria opinione in un contesto deciso ad affermare una prospettiva islamica e totalitaria per il Paese.

La deriva e la politica di Erdogan hanno naturalmente anche un impatto sulle relazioni esterne della Turchia. Membro importante della NATO per la sua posizione geostrategica e per il fatto di ospitare sul suo territorio una delle più importanti basi militari statunitensi, dove sono stazionati bombardieri nucleari, Erdogan moltiplica in questi ultimi tempi rapporti e acquisti militari con la Russia. Una politica pericolosa e ambigua capace di tenere sotto continua tensione i rapporti con tutto l’Occidente, rapporti oggi particolarmente sensibili per la lotta al terrorismo e per la soluzione degli innumerevoli conflitti che attraversano il Medio Oriente, compreso lo spinoso e antico conflitto con i Curdi.

Non solo. I rapporti tra Turchia e Unione Europea sono ormai ad un punto morto per quanto riguarda i negoziati di adesione, negoziati difficili fin dall’inizio ma entrati definitivamente in crisi con il progressivo venir meno dello stato di diritto nel Paese.  Vi sono tuttavia rapporti che si giocano su altri fronti, come ad esempio con il discusso accordo concluso per l’accoglienza dei rifugiati.

Il voto di domenica 23 giugno riveste quindi un significato particolare e rivelerà la capacità o meno di Erdogan ad accettare una possibile nuova sconfitta a Istanbul, nel contesto di un Paese anche in grave crisi economica. Con la speranza che una sconfitta interna non porti alla ricerca di un capro espiatorio in politica estera.

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