Israele, una democrazia a rischio

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Sono trascorsi più di due anni dal terribile 7 ottobre  2023 con l’attacco terroristico di Hamas nei confronti di Israele, causando la morte di circa 1200 persone. Quel giorno ha cambiato la fisionomia del Medio Oriente, innescando una risposta israeliana che è andata ben oltre Hamas e la popolazione dell’intera Striscia di Gaza, investendo l’insieme della regione mediorientale  con le conseguenze umanitarie e politiche che ben conosciamo.

Si sono innanzitutto spente con violenza non solo le speranze di un processo di pace fra Israeliani e Palestinesi, ma anche il riconoscimento di uno Stato di Palestina, diventato un’illusione carica di odio fra due popoli che non possono più convivere, e non sono mai riusciti a convivere nella loro comune e lunga storia, nel rispetto di regole condivise, nel riconoscimento dei diritti e nella ricerca della pace.

Da quel 7 ottobre 2023 Israele, affiancato e sostenuto con un coinvolgimento militare diretto dagli Stati Uniti,  è entrato in guerra su molteplici fronti. Dopo la tragedia di Gaza, per il momento sotto un ipotetico ed illusorio cessate il fuoco mediato dal Presidente Trump, Israele ha mosso guerra all’Iran, suo  nemico di primo piano e dove è in corso un conflitto ormai da più di un mese con le conseguenze politiche, economiche ed umanitarie che superano di gran lunga le frontiere del Medio Oriente. 

Un altro fronte di guerra è stato aperto con il Libano e in particolare con Hezbollah, fedele milizia sciita all’Iran, con l’obiettivo di creare una zona cuscinetto e di sicurezza fra il Nord di Israele e il Sud del Libano, ma che ha, oltre ai risvolti politici, una pesante conseguenza umanitaria sulla popolazione civile che resiste ad una guerra che non ha voluto.

La strategia delle guerre intraprese da Israele, in continua violazione del diritto internazionale e umanitario, punta in particolare ad allargare i suoi perimetri di “sicurezza”, ad occupare un ruolo egemone nelle regione e a sconfiggere storici nemici. Al centro di tale strategia rimane tuttavia la questione palestinese, la quale, come abbiamo visto in questo ultimo periodo, ha toccato i limiti di un genocidio nei confronti della popolazione di Gaza, di crimini di guerra e di apartheid. Nel mirino, tuttavia, non c’è solo Gaza ma anche la Cisgiordania, che con l’occupazione sistematica di terre da parte dei coloni, Israele non nasconde di voler annettere, anche qui in netta violazione del diritto internazionale. 

Al riguardo, un ulteriore passo avanti nell’irrimediabile conflitto e sopraffazione nei confronti dei Palestinesi è stato fatto da Israele con l’approvazione, a grande maggioranza alla Knesset, di una legge che reintroduce la pena di morte. Anche se non specificato direttamente, la legge riguarda soprattutto i palestinesi,  dichiarando passibile di condanna a morte “chi causa intenzionalmente la morte di una persona nell’ambito di un atto di terrorismo, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”. 

La legge, adottata anche con i voti dell’opposizione, è stata oggetto di condanna da parte  di alcuni Paesi europei, fra cui anche l’Italia, che considerano la “pena di morte una forma di punizione disumana e degradante, priva di qualsiasi effetto deterrente”, nonché una grave violazione del diritto internazionale e dei diritti umani. Non solo, ma certamente anche un grave colpo ai principi democratici, tanto da chiedersi se, nel contesto delineato, Israele sia ancora l’unico Paese democratico della regione. Questa situazione interroga anche sulla decisione dell’Unione Europea di non sospendere totalmente, proprio per mancanza del rispetto dei diritti fondamentali, l’accordo di associazione UE-Israele. 

Nel frattempo, i cittadini europei sono tuttavia sulla buona strada per raccogliere le firme necessarie a far cambiare posizione alle nostre Istituzioni.

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