Israele, dietro le quinte del coronavirus

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Il 21 aprile scorso,  dopo sedici mesi di crisi politica e di Governo transitorio, tre elezioni legislative, colpi di scena e tensioni varie, Benjamin Netanyahou (a capo del Likud, destra) e Benny Gantz (partito Blu-Bianco, centro) hanno firmato un accordo per dar vita ad un Governo di emergenza nazionale, scongiurando, di conseguenza, la possibilità di una quarta tornata elettorale.

La crisi sanitaria causata dall’epidemia di coronavirus, forse in modo un po’ strumentale, ha contribuito ad accelerare la decisione e l’accordo fra i due ex rivali politici. Se da una parte Netanyahu esce rafforzato da questo accordo, malgrado le accuse di corruzione che pesano su di lui e un processo che avrebbe dovuto iniziare il prossimo 24 maggio, dall’altra Benny Gantz ne esce, al contrario, fortemente indebolito, venendo meno alla promessa che non sarebbe mai sceso a patti con il leader del Likud. 

L’accordo prevede una presidenza a rotazione, dove, per i primi 18 mesi Netanyahu ricoprirà il ruolo di Primo Ministro. Limita tuttavia, per i primi sei mesi, l’azione del Governo ad affrontare la pandemia di coronavirus e le sue conseguenze economiche, con due eccezioni di taglia: il Primo Ministro avrà potere di veto sulle nomine della procura statale e su tutte le cariche pubbliche più importanti e, cosa cruciale, l’accordo dà il via libera per l’annessione ad Israele della Valle del Giordano e delle colonie in Cisgiordania entro il prossimo mese di luglio.

E’ questo secondo aspetto che pesa enormemente sulla prospettiva di pace con i Palestinesi, chiude la possibilità di una soluzione negoziata, e rende sempre più impraticabile la soluzione a due Stati. Si tratta di un atto unilaterale, illegale da un punto di vista del diritto internazionale, ma punto centrale dell’ultima campagna elettorale di Netanyahu, fortemente sostenuto dal Presidente americano Donald Trump con il suo squilibrato e umiliante “accordo di pace” presentato nel febbraio scorso.

Il processo di annessione è già in corso; una commissione mista israelo-americana è incaricata di tracciare le linee precise dei territori da annettere, consapevole non solo dell’urgenza imposta dalla scadenza di luglio, ma anche dalle elezioni presidenziali americane del prossimo novembre, con il rischio che alla Casa Bianca si insedi un presidente meno compiacente.

Questa prospettiva, come una macchina da guerra, va avanti e non si ferma di fronte alle opposizioni espresse dalla comunità internazionale e, in particolare dall’Unione Europea. Pochi in Israele riescono a far sentire la loro voce preoccupata per la pericolosità di un possibile conflitto che si intravede all’orizzonte. Cosa accadrà infatti nel prossimo futuro, quando verrà definitivamente meno la prospettiva di uno Stato palestinese, che ne sarà dei diritti dei Palestinesi, che ne sarà del ruolo dell’Autorità Palestinese, che ne sarà della democrazia israeliana, che ne sarà della sicurezza nella regione, che ne sarà della comunità internazionale che da settant’anni a questa parte non ha saputo difendere un giusto, rispettoso e condiviso processo di pace? 

Tante domande in sospeso e tanta incertezza su un futuro che, in questo momento, offre limitati spiragli di speranza per il dialogo e per la pace in Medio Oriente.

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