Inquietante Egitto

Sotto choc per l’assassinio del giovane Giulio Regeni, l’attenzione dell’opinione pubblica, italiana in particolare, è inevitabilmente portata ad interrogarsi su cosa stia succedendo in Egitto e a guardare in faccia la dura realtà politica della dittatura del Generale Abdel Fattah al-Sisi. Una realtà che Giulio Regeni ha cercato di capire, di analizzare, di raccontare e di denunciare e che, forse, proprio per questo, è stato ridotto brutalmente al silenzio.

Sono trascorsi esattamente cinque anni da quella “Primavera araba” egiziana che aveva portato alla caduta dell’allora Presidente Hosni Mubarak. Un lungo periodo di tempo in cui si è consumata una rivoluzione e si è accesa una controrivoluzione, ma soprattutto si sono approfondite le divisioni e le ferite di un intero popolo. Cinque anni che hanno visto contrapporsi, nel succedersi delle manifestazioni, cittadini in favore o contro Mubarak, in favore o contro i Fratelli Musulmani e il Presidente eletto Morsi e, alla fine, senza alcuna preoccupazione di ordine democratico, imporsi nel 2013 una controrivoluzione che ha riportato i militari al potere con il Generale al-Sisi. Quasi una dolorosa chiusura del cerchio e un sofferto ritorno al punto di partenza.

Sono stati tuttavia cinque anni che hanno permesso di mettere in evidenza non solo aspirazioni e speranze di un popolo ma anche la necessità di rispondere ad esigenze di profonde riforme economiche, sociali e istituzionali di cui il Paese ha dimostrato di avere un forte bisogno. Ma il ritorno dei militari al potere, dopo la parentesi dei Fratelli musulmani e della Presidenza di Mohamed Morsi, unico Presidente eletto democraticamente, segna l’inizio per l’Egitto di un nuovo periodo di repressione e di dittatura. Con il consenso e il sostegno dell’Occidente, il Generale al-Sisi rappresentava il garante di una maggiore stabilità e sicurezza per il Paese, soprattutto in un contesto regionale sempre più segnato da forti turbolenze, dalla guerra in Siria e dall’emergere sulla scena mediorientale, ma ormai anche nazionale, del terrorismo di Daesh.

Inizia così, sul piano interno, un periodo segnato dal terrore, dalla lotta contro gli oppositori del regime, in particolare e di nuovo contro i Fratelli Musulmani, imprigionati a migliaia, contro i giovani, gli operai e i sindacati, contro gli intellettuali e i difensori dei diritti umani. La repressione è tanto forte, soprattutto contro i giovani, da indurre Amnesty International a definire, in un rapporto pubblicato a luglio dello scorso anno, la gioventù egiziana di oggi una “generazione carcere”. È una situazione che miete vittime al riparo dai riflettori dell’informazione e al riparo da una giusta condanna della comunità internazionale. E anche se non si saprà mai esattamente cosa è successo a Giulio Regeni, certo è che il suo assassinio avrà dato memoria, il tempo di una forte emozione, a tante vittime senza volto e senza nome.

È un silenzio che tuttavia stride enormemente con altre informazioni che giungono pomposamente dall’Egitto e che si guardano bene dall’evocare, seppur lontanamente, la situazione di dittatura che vive il Paese. Come infatti non ricordare qui la scoperta, nello scorso agosto, da parte dell’ENI del più grande giacimento di gas del Mediterraneo nell’offshore egiziano, una scoperta che avrà certamente un importante impatto geopolitico ed economico non indifferente non solo per l’Egitto ma anche per l’Europa e per l’Italia? Come non sottolineare che l’ENI investirà più di 7 miliardi di dollari per lo sfruttamento del giacimento? È la realpolitik, bellezza!

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