Il ritorno a Davos, dopo pandemia e con la guerra in corso

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Dopo due anni di sospensione dovuti al Covid 19, sono tornati a riunirsi a Davos piccoli e grandi potenti della terra per il World Economic Forum.

La partecipazione sembra più numerosa del solito, composta da capi di Stato e di governo, governatori di banche centrali, ministri del commercio e ministri degli esteri, rappresentanti delle Nazioni Unite, del Fondo Monetario Internazionale, dell’Organizzazione mondiale del commercio nonché tanti rappresentanti di grandi e piccole imprese. All’indomani di tre anni di pandemia e in piena guerra in Ucraina, i partecipanti al Forum si ritrovano di fronte ad un nuovo scenario mondiale, già fragile e ora in piena evoluzione. 

Non a caso infatti, il tema centrale dell’edizione 2023 ha come titolo “La cooperazione in un mondo frammentato”, una cooperazione che dovrà inserirsi nel contesto geopolitico ed economico più complesso degli ultimi anni, in cui le crisi economiche ed energetiche, le guerre, le sfide climatiche, tecnologiche e le fragilità delle democrazie si susseguono e interagiscono fra loro in un preoccupante crescendo. 

Per inquadrare i lavori, gli esperti del Forum hanno infatti presentato il  Rapporto sui Rischi globali 2023 che il mondo dovrà affrontare, suddividendo tali rischi a breve termine (due anni) e a lungo termine (dieci anni). A breve termine, gli economisti di Davos indicano al primo posto crisi legate all’aumento del costo della vita e alle sue ripercussioni sociali,  seguite da una prevista recessione globale con prospettive particolarmente fosche per l’Europa e gli Stati Uniti. Non mancano anche nell’immediato i rischi legati all’ambiente nonché, cosa che inizia già a preoccupare per il futuro, al fenomeno della criminalità e dell’insicurezza informatica.

I rischi più gravi evidenziati per i prossimi dieci anni ruotano in maggioranza attorno al clima e ai rischi ambientali ad esso associati, come l’emigrazione involontaria su larga scala, ma anche il fallimento di misure di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici, i disastri naturali estremi e la perdita di biodiversità. Tanti temi che disegnano un futuro complesso in un contesto di confronto geopolitico e geoeconomico fra gli Stati e dove “la cooperazione in un mondo frammentato” rappresenta di per sé la maggiore sfida. 

Sul tavolo del Forum, come di consuetudine, è giunto anche il Rapporto Oxfam sulle disuguaglianze, all’indomani della Pandemia di Covid 19, intitolato “La disuguaglianza non conosce crisi”. Come ogni anno il rapporto racconta di un mondo sempre più disuguale e dove il fossato tra ricchi e poveri si allarga sempre più. Dice che nei primi due anni di pandemia, l’1% della popolazione più ricca si è aggiudicato il 63% della ricchezza globale. Un dato che, da solo, basta per rivelare tutte le sue conseguenze, dall’aumento della povertà alla mancanza di accesso alla sanità, all’istruzione, al lavoro ai diritti e ad una giustizia sociale per gran parte della popolazione mondiale. Non solo, ma ne segna anche tutta la vulnerabilità nei confronti della crisi climatica e ambientale. 

Oxfam, come nei rapporti precedenti, sottolinea tutta la drammaticità di questa tendenza e propone un “sistema fiscale più equo” per contrastare, se ancora possibile, l’aumento delle disuguaglianze. Dice Oxfam che un’imposta del 5% sui grandi patrimoni potrebbe generare risorse sufficienti per salvare dalla povertà fino a 2 miliardi di persone. Un gran bel risultato  se a Davos i piccoli e grandi della terra decidessero di farlo.

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