Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella all’apertura della conferenza “The State of the Union 2018, solidarietà in Europa”

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Le dichiarazioni alla stampa del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della conferenza “The State of the Union 2018, solidarietà in Europa”

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Signor Presidente,

Signore e Signori,

I padri fondatori – De Gasperi, Schuman, Adenauer, Monnet, Spaak, e altri – furono uniti dalla solidarietà che proveniva da un compito comune: rifondare le loro comunità travolte dagli orrori della guerra nazi-fascista.

Un compito che aveva bisogno di ben poche spiegazioni. L’Europa doveva ritrovare il proprio percorso dopo la stagione buia delle dittature.

Due guerre devastanti e milioni di morti avevano reso chiarissima, a ogni singolo cittadino, l’esigenza di affidare la difesa della pace e della stessa libertà individuale e collettiva alla scelta di mettere in comune il futuro degli europei, con un livello di garanzia superiore rispetto a quello offerto dai singoli Paesi.

Una doppia garanzia costruita nei fatti in questi decenni, sino alla cittadinanza europea e al Trattato di Lisbona.

Nessun equivoco era possibile, nel 1948, di fronte a un mondo sconvolto dalla guerra e nel quale la logica dei blocchi stava già prendendo il sopravvento.

La difesa delle conquiste che rappresentavano, e ancora rappresentano, il patrimonio più grande della nostra storia – la libertà, lo Stato di diritto, il rispetto dei diritti dei singoli e delle collettività, il modello economico “europeo” basato sulla libertà di impresa e su ampie tutele per i lavoratori – sollecitava fortemente l’avvio di un percorso di progressiva integrazione fra i Paesi del nostro Continente.

Sulle frontiere, sulle tradizioni nazionali, prevalevano i valori unificanti che avevano portato, con solidarietà, i popoli a lottare insieme per affermare il loro rifiuto di essere meri sudditi o meccanismi ciechi di apparati bellici, confermandosi, invece, persone consapevoli, con la loro dignità umana integra, che nessuno Stato avrebbe più potuto violare impunemente. Questa la solidarietà autentica costruita tra la gente.

Una solidarietà che voleva lasciarsi definitivamente alle spalle la matematica dei torti e delle ragioni di due devastanti guerre mondiali.

Questa visione, e la sua partecipe e attiva condivisione da parte dei cittadini, ci hanno portati lontano.

Oggi siamo giunti a un punto cruciale nel percorso di integrazione, quello nel quale i diritti di cittadinanza espressi sin qui nelle sovranità individuali degli Stati, si trasfondono sempre più in quella collettiva dell’Unione, fondendosi in un unicum irreversibile.

Abbiamo una moneta capace di costituire un punto di riferimento concreto sul piano internazionale, un ruolo che nessuna moneta nazionale potrebbe svolgere.

Siamo finalmente tornati a lavorare concretamente a strumenti di difesa e di politica estera comuni e coerenti con le esigenze dei nostri Paesi, in una fase che deve registrare un dichiarato affievolimento dell’impegno del maggior alleato transatlantico e vede scatenarsi l’offensiva del terrorismo.

Stiamo perseguendo una politica di indipendenza e di qualità sul piano dell’energia che renderà l’Europa meno assoggettata a singoli fornitori.

Vogliamo affermare regole ambientali al più alto livello degli standard internazionali, a protezione della salute dei cittadini e del futuro del pianeta.

Tutto questo intorno a un’integrazione dei mercati dei beni, dei servizi e dei capitali che ha reso più prosperi i nostri popoli.

Più sicuri che nel dopoguerra, più liberi che nel dopoguerra, più benestanti che nel dopoguerra, rischiamo di apparire oggi privi di determinazione rispetto alle sfide che dobbiamo affrontare. E qualcuno, di fronte a un cammino che è divenuto gravoso, cede alla tentazione di cercare in formule ottocentesche la soluzione ai problemi degli anni 2000.

Basterebbe ancora un breve tratto di strada per mettere l’intera costruzione al riparo da tali minacce, ma – va detto – che basta ancor meno per minarne le fondamenta.

Cosa abbiamo trascurato? Perché lo slancio sembra essersi esaurito? Perché il concetto stesso di solidarietà viene così facilmente ripudiato nei fatti, spesso da coloro che sono i primi a fruire e ad avere fruito della solidarietà degli altri?

Forse non ci rendiamo conto a sufficienza di come gli “altri”, gli “extra-europei”, a differenza di alcuni fra noi, ci vedano e percepiscano in modo crescente come Europa e non più come singole realtà distinte. Forse stiamo dimenticando che l’Europa e la sua civiltà, nella loro ricchezza, sono irriducibili alla dimensione di un solo Paese o gruppo di Paesi. All’Unione potremmo applicare la definizione dello storico francese Ernest Renan che si interrogava su che cosa fosse una Nazione. Rispondeva: “una Nazione è un’anima, un principio spirituale…una grande solidarietà…un patrimonio…è un plebiscito di tutti i giorni”.

Questo plebiscito europeo non intendiamo perderlo!

E’ mancata, dunque, una capacità di autocoscienza, nonostante il prezioso lavoro compiuto.

Forse, con il passare degli anni, abbiamo dato per scontato – con colpevole superficialità – che le nuove generazioni, le nuove classi dirigenti, potessero continuare a percepire con la medesima forza – mentre i ricordi dei tremendi lutti del passato si affievolivano nella memoria collettiva – la qualità del “modello europeo” e del ruolo centrale che, in esso, assume la solidarietà.

Forse non abbiamo chiaro a sufficienza che tutto ciò che abbiamo costruito, i progressi che con fatica e pazienza abbiamo conseguito in questi anni, trovano una loro sistemazione logica e coerente unicamente nell’essere inseriti nel nostro comune modello di società.

Una società basata sulla reciproca garanzia prestata a un’area in cui si afferma lo Stato di diritto e tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Una società pacifica, libera, aperta e rispettosa, che vuole agire in un sistema di relazioni internazionali fondato sul dialogo con tutti i principali attori internazionali.

E’ questo – senza l’esclusione di nessuna sua componente – il modello di democrazia liberale al quale abbiamo invitato a partecipare quei Paesi che per lunghi anni la divisione in blocchi aveva escluso dalla dialettica di integrazione. E’ questo il modello di società che proponiamo quando parliamo di allargamento e di vicinato, e che auspichiamo possa radicarsi sempre più anche al di fuori del nostro Continente.

Signor Presidente,

Signore e Signori,

è evidente come l’Europa abbia bisogno di saper governare i problemi dell’oggi con la forza delle proprie radici e gli ideali della sua storia.

Questa è una responsabilità centrale per le leadership politiche di tutti i Paesi europei. Troppo spesso – e per troppi anni – l’Europa, in una narrativa superficiale e comune alla generalità dei Paesi membri, è stata rappresentata come un’entità burocratica, complessa e scarsamente intellegibile, alla quale addossare la responsabilità di misure impopolari e dell’allontanamento delle comunità locali dalle proprie tradizioni e dai propri costumi, in nome dell’integrazione.

In realtà le scelte, anche quelle discutibili, sono sempre state frutto del confronto democratico tra i governi in sede di Consiglio Europeo, con il concorso del Parlamento Europeo.

Certamente l’introduzione di talune misure e l’avvio di alcune politiche avrebbero potuto e dovuto essere più attente alle specifiche problematiche e sensibilità nazionali e poter puntare su obiettivi di coesione sociale accanto a quelli di risanamento dei conti pubblici.

E’, tuttavia, proprio responsabilità primaria delle classi dirigenti nazionali saper illustrare come l’integrazione di un singolo settore risponda proprio al principio di solidarietà, a una logica di più ampio respiro, a un “disegno forte” nel quale pace, benessere e prosperità nascono dall’abbandono di singoli vantaggi settoriali per condividerne di più importanti, per avviarsi su di un sentiero virtuoso comune, in cui tutti sono protagonisti.

Si tratta di un’azione da condurre senza ritardi: le Istituzioni europee e gli Stati membri dovrebbero dedicare ben maggiore impegno a un’opera di capillare e duratura istruzione sulle “ragioni profonde” dell’Europa.

Un’opera che nasca dalla scuola, dalla formazione già nelle prime classi, per proseguire lungo tutto il curriculum scolastico sino all’Università, ove l’Erasmus – e gli altri programmi di mobilità giovanile – già svolgono un ruolo di grande importanza.

La possibilità di rafforzarne le potenzialità, affiancando ad essi lo sviluppo di vere e proprie Università europee andrebbe rapidamente approfondita.

E’ da qui che occorre partire per avviare una riscoperta dell’Europa come di “un grande disegno” sottraendoci all’egemonia di particolarismi senza futuro e di una narrativa sovranista pronta a proporre soluzioni tanto seducenti quanto inattuabili, certa comunque di poterne addossare l’impraticabilità all’Unione.

La riscoperta del “disegno grande”, tuttavia, non può costituire esclusivamente una “risposta” di corto respiro alla miopia di queste visioni.
Essa deve, in primo luogo, consentirci, di riattivare la linfa vitale della costruzione europea, il suo senso profondo, la solidarietà fra popoli, Paesi e Istituzioni, permettendoci di ridare slancio al processo di integrazione per produrre nuovi e duraturi vantaggi collettivi, secondo le linee tracciate poco più di un anno fa nella dichiarazione di Roma poco più di un anno addietro.

(…)

 

 

Il testo integrale del discorso è disponibile qui.

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