Il Fondo sociale europeo (FSE) è uno dei cinque fondi strutturali e di investimento dell’Unione europea ed è uno degli strumenti principali per favorire l’occupazione e l’inclusione sociale, combattere la povertà e promuovere l’istruzione, la formazione e l’acquisizione di competenze per tutta la vita. Le proposte legislative presentate dalla Commissione Europea a luglio 2025 hanno chiarito che il Fondo Sociale Europeo resterà operativo anche nel ciclo 2028-2034, pur tornando alla denominazione originaria. A essere in discussione non è la sua esistenza, ma la sua architettura e la centralità politica che riuscirà a ritagliarsi.
Nel ciclo 2021-2027 il FSE+ funzionava come un fondo dedicato, con una dotazione propria (circa 95 miliardi di euro) e regole di programmazione specifiche per formazione, lavoro e inclusione. Le risorse erano vincolate ex ante: uno Stato membro sapeva, fin dall’inizio,
quanto sarebbe stato destinato alle politiche sociali e attraverso quali linee di intervento.
Nella proposta per il QFP 2028-2034 questa logica salta. Il Fondo Sociale Europeo confluisce in un contenitore unico di risorse, gestito dagli Stati membri attraverso Piani nazionali e regionali sul modello del PNRR. Non ci sono più capitoli di spesa separati per coesione, agricoltura o politiche sociali: tutto compete all’interno dello stesso plafond nazionale, insieme a investimenti infrastrutturali e industriali.
Per compensare questa perdita di automatismo e la maggior competizione tra le priorità, la Commissione ha introdotto una soglia minima: almeno il 14% delle dotazioni nazionali dovrà essere destinato a competenze, inclusione e contrasto alla povertà, per un totale stimato
vicino ai 100 miliardi di euro. È una garanzia quantitativa, ma non più una garanzia strutturale come in passato.
A questo si aggiunge un secondo elemento di novità: il regolamento sulla performance. Ogni intervento finanziato dall’UE, anche al di fuori del FSE, potrà essere classificato come spesa sociale al 100%, al 40% o allo 0%, a seconda del suo impatto. Ad esempio, un corso di
formazione per disoccupati potrebbe esserlo del 100%, mentre un progetto di edilizia sociale del 40%. È un sistema pensato per riconoscere il valore sociale trasversalmente ai fondi, ma che sposta il controllo dalla provenienza del finanziamento alla sua classificazione, con il rischio, se i criteri non saranno rigorosi, di “annacquare” ciò che conta davvero come sociale.
In sintesi: stesso nome, meno vincoli automatici, più discrezionalità nazionale, e un meccanismo di tracciamento tutto da verificare nella pratica.
Per approfondire: Fondo Sociale Europeo 2028-2034: come cambiano formazione, lavoro e
politiche sociali













