Il lavoro in Europa tra flessibilità   e sicurezza

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Era atteso da tempo questo documento della Commissione europea e adesso che è stato pubblicato non farà   felici tutti, nà© nel campo degli imprenditori nà© in quello dei lavoratori: si tratta del Libro verde dal titolo «Modernizzare il diritto del lavoro per rispondere alle sfide del XXI secolo» adottato la settimana scorsa. E tuttavia il documento ha alcuni indiscutibili pregi: per cominciare ha un linguaggio eccezionalmente chiaro e sobrio come raramente avviene col gergo comunitario, al punto che sarebbe bene farne oggetto di una lettura attenta e più diffusa possibile nel mondo del lavoro. Offre inoltre fin dall’inizio una fotografia aggiornata di che cos’è diventato il lavoro i questi ultimi anni in Europa e individua con sufficiente chiarezza gli interrogativi (tradotti in 14 domande, una specie di stazioni della «via crucis» sul tema) proposti al confronto e al dibattito nel mondo economico e sociale europeo in vista di una sintesi che la Commissione si impegna a presentare il giugno prossimo.
Quanto alla fotografia del lavoro nell’UE in questo inizio secolo è tutto meno che banale: dal 2001 al 2005 i contratti di lavoro non standard o basati sullo statuto di lavoro indipendente sono passati dal 36% al 40% sul totale degli occupati, il tempo parziale dal 13% al 18% contribuendo così da solo alla creazione di nuovi posti di lavoro al 60% e i contratti a tempo indeterminato hanno progredito dal 12% al 14%. Tutte queste evoluzioni che convergono verso la dimensione della flessibilità   del lavoro sono qui registrate alla scadenza del 2005 e non ci dicono nulla delle ulteriori evoluzioni dopo l’allargamento del 2004 e c’è da scommettere che non saranno buone notizie quelle attese nei prossimi rapporti.
Fin qui i numeri dietro i quali vi sono milioni di persone che vivono nell’insicurezza economica ma più ancora progettuale, in una situazione inoltre di incertezza giuridica quando non addirittura di abusi sulle tutele pure previste. Per intervenire sull’argomento la Commissione europea prende più di una precauzione: traccia una mappa su quanto fatto o in cantiere da parte dei Governi nazionali (e qui fa riflettere l’assenza di riferimenti all’Italia, citata solo marginalmente in una nota semi-clandestina a piè di pagina), lascia chiaramente capire che non sarà   facile intervenire a livello europeo pur citando i risultati ottenuti grazie al dialogo sociale (le direttive sul lavoro a tempo parziale e quello a durata determinata, l’accordo-quadro sul telelavoro e la proposta di direttiva, ferma davanti al Consiglio, sul lavoro interinale). Una spiegazione a questa difficoltà   di intervento dell’UE è chiaramente svelata nelle prime righe del documento dove vengono evocati gli obiettivi da raggiungere congiuntamente: la piena occupazione, la produttività   della manodopera e la coesione sociale, un vero e proprio «triangolo delle Bermuda» dove in passato si sono inabissate tante buone intenzioni e ambiziosi programmi.
Al confronto e al dibattito, da cui la Commissione si aspetta indicazioni per uscire viva e propositiva da questo difficile triangolo, vengono sottoposti alcuni nodi essenziali del problema. Prima di tutto quello delle «transizioni professionali» da statuti di lavoro flessibili e precari verso statuti con tutele sicure nonchà© l’esigenza di accedere e restare sul mercato del lavoro. Per l’UE a 15 le statistiche dicono che solo il 60% delle persone che erano state assunte con contratti atipici nel 1997 avevano avuto un contratto standard nel 2003. Tra queste il 16% era bloccato nella stessa situazione e il 20% era uscito dal mercato del lavoro. Tra la ricerca di soluzioni a questo problema, il «libro verde» cita le recenti misure legislative olandesi, austriache e il decreto spagnolo del giugno 2006.
Aggravano questa situazione complessiva l’insicurezza giuridica dovuta in particolare alle forme di lavoro «mascherato» al fine di evitare costi come i prelievi fiscali e i contributi sociali e le relazioni di lavoro «triangolari» come nel caso del lavoro interinale. Se a queste pesanti difficoltà   si aggiunge il recente mancato accordo al Consiglio dei Ministri sul tempo lavoro, l’esigenza di creare le condizioni per un’effettiva e corretta mobilità   dei lavoratori in un mercato sempre più transnazionale e i problemi posti dall’applicazione della legislazione e il fenomeno del lavoro «in nero» allora il quadro si avvia ad essere completo e a tinte non tutte luminose.
Non è questa la sede per anticipare un commento che ha nel sindacato italiano ed europeo altri luoghi per esprimersi entro la scadenza che la Commissione europea ha fissato per il 31 marzo prossimo. E tuttavia ad un interrogativo ormai antico non è possibile fin d’ora sottrarsi: quanto delle soluzioni possibili puಠvenire dal dialogo sociale, quanto dall’intervento legislativo classico e quanto da un «mix» tra i due? Ricorre spesso nel documento della Commissione il riferimento al dialogo sociale: a tratti ha i toni dell’invocazione, a tratti del realismo da adottare nel groviglio difficile che è diventato il lavoro in questi ultimi anni. Il dibattito lanciato dal «libro verde» non potrà   evitare di rispondere a questa domanda cruciale.

Il testo integrale del libro verde in lingua italiana è disponibile su euronote.it

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