Il Governo Renzi e l’Europa

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Ero a Bruxelles nei giorni della formazione e del giuramento del governo Renzi. Mentre in Italia quelli che ancora si appassionano alle infinite e tortuose vicende politiche della penisola commentavano quanto stava avvenendo, a Bruxelles l’argomento non sembrava interessare granché. Non che i riflettori delle diplomazie e delle Istituzioni europee non fossero accesi, ma sicuramente erano molto più puntati sugli sconvolgimenti politici in Ucraina che non sui giochi di palazzo in Italia.

Al netto delle felicitazioni rituali dei politici europei – cortesie che non si negano a nessuno, nemmeno ad un eventuale ritorno del Silvio nazionale – una voce si è subito fatta sentire fuori dal coro mieloso: quella del falco della Commissione europea, Olli Rehn, intervenuto laconico per dire che Renzi “sa quello che deve fare”. Traduzione: i vincoli dell’Unione Europea per le politiche italiane quelli sono e saranno. Non proprio una cambiale in bianco a Renzi né un incoraggiamento per gli italiani chiamati fra non molto al voto europeo, in attesa che arrivi il giorno del voto italiano.

Che Matteo Renzi sappia cosa fare in Europa lo si spera, sicuramente lo sa nei minimi dettagli il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, voluto a quel posto dal presidente Napolitano proprio per vegliare su Renzi e rassicurare l’Europa, già privata di un ministro degli Esteri apprezzato come Emma Bonino. È vero che i ministri degli Esteri non contano molto nell’UE, ma con i tempi turbolenti che viviamo un po’ più di esperienza non avrebbe fatto male.

Nel nuovo governo è scomparso anche il ministero degli Affari europei utile, se non altro, a preparare il semestre europeo affidato alla presidenza italiana e che in Enrico Letta avrebbe avuto un protagonista preparato e apprezzato. È andata diversamente: speriamo vada anche bene, per l’Italia e per l’Europa. Ne hanno entrambe un gran bisogno.

Ne ha bisogno l’Europa, alle prese con turbolenze che agitano le acque ai confini dell’UE, in Ucraina ma non solo, e con la necessità di agganciare la debole ripresa economica che sembra annunciarsi, sempre se USA e Paesi emergenti non rallentano troppo il loro ritmo di crescita.

Ne ha più bisogno ancora l’Italia, sempre in bilico sul crinale della recessione, schiacciata sotto un debito pubblico che continua ad aumentare, una disoccupazione che non accenna a diminuire e previsioni di crescita appena riviste al ribasso dalla Commissione europea. Unica buona notizia in arrivo da Bruxelles il contenimento del deficit sotto la soglia del 3%.

Chiusa nella tenaglia dei vincoli europei e perplessa sulla capacità della politica a rompere l’accerchiamento – l’eccesso di rigorismo a Bruxelles e la lentezza della burocrazia in casa – l’Italia guarda non senza ansia ai mesi che verranno, battuti dai venti delle riforme in programma e con l’urgenza di uscire dal tunnel della crisi.

Alla prova della fiducia in Parlamento Renzi ha annunciato un programma ambizioso ma ancora troppo vago, ottenendo i voti appena necessari per l’ordinaria amministrazione. Con quei numeri e con l’incognita sulla qualità del governo, quali probabilità di successo abbia la “manutenzione straordinaria” promessa da Renzi è presto per dirlo. La sola certezza, a oggi, è che quel risultato sono in molti a sperarlo, per l’Italia e per l’Europa.

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