Il duello dell’Italia con l’Ue

257

Viviamo un’epoca straordinaria: sarebbe una grande soddisfazione se, usciti dall’ordinario, fossimo capaci di ritrovare ordine nella nostra convivenza con gli altri. Vale per le persone, ma vale anche nella vita politica come, di questi tempi, nelle relazioni tra l’Italia e l’Unione Europea.

Ne è un esempio quanto sta avvenendo in questi giorni a proposito della legge di bilancio in esame al Parlamento italiano e, in veste di “imputata”, davanti ai ”tribunali” UE. Tribunali intesi come sedi europee, e non solo, che hanno esaminato le compatibilità del progetto di bilancio italiano con la sostenibilità finanziaria dell’”azienda Italia”, dell’eurozona, dell’Unione Europea nel suo insieme e anche oltre.

“Tribunali” al plurale, pubblici e privati. Tra quelli pubblici le Istituzioni europee e il Fondo monetario internazionale. Tra le Istituzioni europee, per una volta unanimi, si sono dette preoccupate la Commissione europea, i diciotto ministri delle finanze dell’eurozona (tutti meno l’Italia) e la Banca centrale europea. Tra i privati, le Agenzie di rating, gli investitori in titoli di Stato e i piccoli risparmiatori, in compagnia del famigerato “spread”.

E siamo solo agli inizi. La valutazione negativa della Commissione europea, il 21 novembre, sulla progetto di bilancio dell’Italia ha aperto la strada ad una procedura di infrazione per deficit eccessivo che ci accompagnerà, tecnicamente e politicamente, nei prossimi mesi. Tecnicamente, perchè l’art. 126 del Trattato UE in vigore prevede passaggi complessi di valutazioni condivise e lascia margine alla Commissione per consentire tempo al dialogo, a patto che la controparte vi sia disponibile. Politicamente, perchè il confronto avverrà nel clima, già piuttosto avvelenato, di una campagna elettorale, sicuramente europea e, per il Piemonte regionale, senza che si possano escludere elezioni politiche anticipate.

La congiuntura “straordinaria” che viviamo – e finora inedita nella storia dell’Unione Europea – ha due caratteristiche principali. Il fatto di non avere al centro solo lo sforamento del deficit dell’Italia (stimato dal governo al 2,4% e atteso da molti attorno al 3%), ma molto di più l’insopportabile debito pubblico al 131% (che l’Italia deve ridurre tendendo al 60% previsto dai Trattati) e la miscela di una propaganda economica e politica che i nazionalpopulisti sono pronti a far esplodere nel duello in vista delle elezioni europee.

Prepariamoci quindi a una contesa di mesi, tra avversari che ritengono entrambi di avere argomenti da far valere, alcuni più solidi e altri meno, alcuni fondati sulle regole della sostenibilità economica, altri sull’urgenza di dare risposte a emergenze vere o presunte come nel caso, rispettivamente, della lotta alla povertà o del contrasto alla pretesa ”invasione” di orde di migranti.

Al di là degli argomenti degli uni e degli altri che ciascuno giudicherà in coscienza, vi è il rischio che a fare la spesa del duello in corso sia l’Italia e il suo “popolo”, che vede crescere il costo del debito (che su ciascuno di noi pesa già per 37.000 euro) e la previsione che un una dilazione ulteriore di misure per la riduzione del debito possa mettere ulteriormente in ginocchio l’economia italiana già zavorrata, come quella europea, da un rallentamento della crescita che alcuni osservatori temono porti di nuovo vicino alla recessione.

L’obiettivo del governo è chiaro: guadagnare tempo con Bruxelles, possibilmente senza concedere nulla o quasi alle richieste di revisione del bilancio e incassare un massimo di consenso nelle vicine elezioni europee, brandendo uno sprezzante orgoglio in nome di una presunta “sovranità nazionale”.

Il fragile tentativo di dialogo aperto da Conte a Bruxelles con la Commissione europea punta non tanto ad allontanare l’avvio della procedura di infrazione quanto piuttosto a negoziare una tregua almeno fino alle elezioni europee del maggio prossimo, con la speranza che nel frattempo – come sembrerebbe da alcuni primi segnali – i mercati finanziari e lo spread allentino la pressione, raffreddino il costo del debito e non impauriscano ulteriormente elettori e risparmiatori. Senza dimenticare che l’UE aspetta un dialogo sui “fatti” e non solo a parole.

Resta da capire che ne sarà, dopo le elezioni, della sostenibilità futura dell’Italia – isolata da tutti – per le sue prospettive di sviluppo, di occupazione, di protezione dei risparmi degli italiani e, alla fine, della sua permanenza nell’euro, come vuole una netta maggioranza di italiani.

LASCIA UN COMMENTO