Il Consiglio europeo non decide sul prossimo QFP: il vertice di ottobre sarà determinante

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Nessuno si aspettava che al Consiglio europeo del 18 e 19 giugno si sarebbe superato lo stallo nei negoziati per il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale dell’Unione Europea. E questa aspettativa si è rivelata corretta.

Mentre c’è consenso unanime sulla struttura del QFP (basata sulle novità dei fondi unici nazionali e sulla performance come condizione per la loro erogazione), le distanze tra i due blocchi negoziali (frugali da un lato, amici della coesione dall’altro) sono ancora troppo marcate perché ci siano le condizioni per un accordo sull’”equazione finanziaria”, cioè l’importo totale del bilancio e come distribuirlo tra le rubriche.

I leader europei hanno valutato lo schema di negoziato (“nego box”) proposto dalla presidenza cipriota del Consiglio UE (che ha ridotto del 2 % la proposta della Commissione dello scorso luglio), collocandosi in uno dei due blocchi ormai consolidati quando si parla di bilancio, conti pubblici e solidarietà intra-europea: i frugali (Germania, Austria, Paesi Bassi e nordici) vogliono abbassare ulteriormente le cifre (già ribassate) della nego box e spostare il baricentro dalla prima rubrica (le spese tradizionali destinate ad agricoltura, coesione e pesca) alla seconda, incentrata su innovazione e difesa; gli amici della coesione, che includono la Francia e gli Stati dell’Europa meridionale e orientale, insistono invece sulla centralità delle politiche strutturali di cui beneficiano soprattutto i territori meno sviluppati, da integrare con i finanziamenti alle nuove priorità dell’Unione nel quadro di un bilancio più ambizioso.

La superiorità numerica degli amici della coesione rispetto ai frugali non rappresenta di per sé un vantaggio, dal momento che la semplice maggioranza non basta per approvare il bilancio: serve l’unanimità basata su un compromesso. I frugali, dal canto loro, hanno un principio su cui fare leva: essendo contributori netti del bilancio europeo (danno più di quel che ricevono) si impuntano sulla logica del juste retour: che le risorse spese per finanziare l’Unione vengano bilanciate da ritorni adeguati in termini di benefici e investimenti.

Una logica che, per quanto legittima, tende a contraddire quella della solidarietà e della redistribuzione, che è orientata alla creazione di valore aggiunto europeo riducendo la frammentazione tra Stati e regioni, ed è il nucleo valoriale del QFP stesso.

Per raggiungere un accordo entro la fine del 2026 ed evitare che i negoziati si protraggano nel 2027 (anno ricco di elezioni che potrebbe rallentarli), è stato dato mandato all’Irlanda, che ricoprirà la presidenza di turno del Consiglio dell’UE da luglio a dicembre, di presentare un secondo schema di negoziato “ambizioso ed equilibrato” al prossimo vertice europeo di ottobre.

Un’impresa non semplice quella affidata a Dublino, che dovrà conciliare posizioni molto eterogenee. Se le cifre rimarranno quelle attuali (intorno ai 1700 miliardi di euro per il settennato 2028-2034), bisognerà capire come finanziarle senza aumentare eccessivamente il contributo degli Stati membri, che appaiono piuttosto restii a destinare più risorse a tale scopo. Proprio per questo, le alternative si riducono essenzialmente a due: o accrescere le risorse proprie dell’Unione attraverso nuove tasse riscosse direttamente a livello comunitario; o scorporare dal prossimo bilancio il rimborso del debito del Next Generation EU.

Ipotesi, pure queste, su cui i leader europei sono tutt’altro che concordi.

Per approfondire:

Conclusioni del Consiglio europeo

I leader europei concordano sulla struttura del prossimo bilancio

QFP: ottobre sarà il momento della verità

I dibattiti del QFP mancano il punto centrale, di nuovo (analisi)

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Gabriele Giordano
Mi chiamo Gabriele, sono laureato in Scienze Politiche e credo in un'informazione di qualità che riesca ad avvicinare alla vita pubblica, soprattutto i giovani.

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