
Non ci sono più limiti all’intensificarsi dei conflitti in Medio Oriente e il fuoco si estende sempre più in tutta la regione. Con l’attacco militare all’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele, si sono aperti infatti altri fronti di guerra, oltre a quell’inferno di macerie, di cadaveri e di disumanità che è diventata Gaza.
La risposta iraniana agli attacchi militari e all’uccisione della Guida Suprema Alì Khamenei è stata a lungo raggio, colpendo con missili non solo Israele ma anche Bahrein, Koweit, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Altri missili sono arrivati anche a Cipro, paese membro dell’Unione Europeo, mentre un tentativo di colpire la Turchia, Paese NATO, è stato fermato dalle difese dell’Alleanza Atlantica. Senza contare la chiusura dello stretto di Hormuz, da dove transita il 20% del petrolio e del gas globale, con il prezzo del barile di petrolio in aumento e le borse sempre a rischio di crollo.
E’ in questo intreccio di conflitti che Israele, il 5 marzo scorso, ha riaperto un secondo fronte con il Libano, bombardando il sud e l’est del Paese e in particolare il sud di Beirut, provocando la morte di oltre 500 persone e circa 500.000 sfollati, cifre che indicano l’avvicinarsi di un’emergenza umanitaria in corso.
Si tratta di una guerra, e non è la prima, iniziata nell’ottobre 2023 contro Hezbollah e solo formalmente conclusa nell’ottobre 2024 con un accordo di cessate il fuoco. Una guerra che Israele ha ripreso, in questi giorni, contro gli Hezbollah, “Partito di Dio”, movimento politico-religioso sciita libanese, legato all’Iran. Si tratta tuttavia di una tregua mai rispettata, visto che Israele non ha mai smesso di sorvegliare e, a volte anche di bombardare quel nemico che premeva e preme tuttora alle sue frontiere settentrionali.
Con la guerra contro l’Iran e con la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, Hezbollah, per segnare il suo legame con Teheran ha lanciato razzi contro Israele, offrendo ad Israele l’occasione per riprendere con maggiore intensità la guerra contro il Libano. Solo che questa volta Israele è più che mai minaccioso e determinato non solo nei confronti del Partito di Dio, ma ranche contro il Governo libanese, accusato di debolezza e incapacità a fermare e a neutralizzare gli Hezbollah. Una situazione che il Presidente Aoun, in un collegamento con i leader europei, ha descritto come un tentativo di mettere alle strette il suo Paese, schiacciandolo tra un’aggressione israeliana, che non conosce rispetto per il diritto internazionale e un gruppo armato “fuori dallo Stato che non dà alcun peso agli interessi del Libano né alla vita del suo popolo”.
Resta il fatto che il disegno e la strategia di Israele, malgrado i tentativi di Beirut di contrastare Hezbollah e con il timore di una nuova guerra civile, non comportano per il momento alcuna apertura per un negoziato di tregua. Israele è deciso a continuare questa guerra, avendo come obiettivo finale una nota strategia : indebolire il Libano e incorporare quella parte di territorio libanese sotto il fiume Litani, in modo stabile e definitivo con la distruzione di qualsiasi opposizione interna o esterna al Paese. Il prezzo da pagare, che incombe soprattutto alla popolazione civile è conosciuto : la distruzione del sud e dell’est del Paese, con le conseguenze umanitarie che già vediamo profilarsi all’orizzonte e l’amara constatazione dell’impotenza della comunità internazionale.












