I referendum nell’Unione Europea

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Il ricorso all’istituto democratico del referendum non è una novità nella storia dell’integrazione europea, così come appare chiaro la sua diversa valenza rispetto ai referendum circoscritti a tematiche esclusivamente di interesse nazionale.

Non è un caso, a questo proposito, che la Costituzione italiana all’art. 75 non ammetta il referendum “per leggi tributarie e di bilancio e…di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. Sarebbe interessante vedere come si comporterebbe la nostra Corte costituzionale qualora si trovasse davanti ad un caso come quello della Grecia, dove peraltro il referendum è stato autorizzato da quella Corte all’ultimo minuto.

Al di là delle possibili diverse interpretazioni, non è inutile interrogarsi sull’impatto dei referendum nella storia dell’integrazione europea e sull’opportunità di quello indetto da Alexis Tsipras.

Cominciamo col dire che la storia dell’integrazione europea è tutta punteggiata di numerosi referendum, su passaggi anche molto delicati e altri se ne prevedono in un futuro non lontano. Se tralasciamo i referendum chiamati a consentire la ratifica dei Trattati di adesione all’UE, dove i “no” si limitano alla Norvegia, prima nel 1972 e poi nel 1994, non mancano di interesse quelli relativi all’adozione dell’euro e al progetto di Costituzione europea.

I referendum sull’adozione dell’euro hanno ricevuto il “no” della Danimarca nel 2000 (dopo aver detto “no” alla ratifica del Trattato di Maastricht nel 1992 e “sì” l’anno dopo) e della Svezia nel 2003, mentre ha avuto un esito largamente positivo (67,20%) quello che interrogava nel 1975 i britannici sulla permanenza del Regno Unito nella Comunità europea, tema su cui saranno chiamati a ritornare a 40 anni di distanza.

Un forte impatto negativo sul processo di integrazione europea hanno avuto i due “no” della Francia e dell’Olanda nella primavera del 2005 a proposito della ratifica del Trattato istitutivo di una Costituzione per l’Europa: un Trattato che venne seppellito come tale e poi, in grande parte, ripreso nel Trattato di Lisbona attualmente in vigore.

Il bilancio complessivo degli esiti referendari per l’UE  è a luci e ombre, sicuramente negativo per il passaggio a una Costituzione europea e tutto sommato parzialmente interlocutorio per l’adozione dell’euro.

Nel caso del referendum greco altre sono le considerazioni che si impongono in una storia greca che non ha conosciuto il referendum di adesione alla Comunità europea, che ha annullato all’inizio dell’attuale crisi un referendum che avrebbe voluto il governo greco di Papandreou,  cui si frappose l’UE (e la Germania) e che ha visto, nei giorni scorsi, un referendum indetto dal governo di Tsipras in seguito alla sospensione della trattativa, durata cinque mesi, con l’UE e con il Fondo monetario internazionale.

A molti osservatori la convocazione di questo referendum è parso un azzardo, dettato più dalla frustrazione – se non dalla disperazione – di un governo che, fedele alle sue promesse elettorali, ha rifiutato proposte che pure gli erano progressivamente favorevoli. Qualcuno ha voluto vedervi una decisione destinata a far chiarezza all’interno della stessa maggioranza del governo greco; altri, non senza ragioni, vi hanno letto un tentativo per portare alla luce le ragioni politiche di “creditori” ostili a un governo di sinistra in Europa.

Resta il fatto che, nelle condizioni date, si è trattato di una decisione precipitosa, severamente giudicata dal Consiglio d’Europa, con poco tempo a disposizione per consentire agli elettori greci di farsi un’idea adeguata della posta in gioco, con una formulazione degli interrogativi sottoposti al referendum per lo meno approssimativa. Il risultato, già acquisito prima dell’esito referendario, è la netta spaccatura all’interno del popolo greco e la prevalenza, nel giudizio, dell’emotività sulla razionalità, così preziosa in casi del genere.

A voler credere a un sondaggio appena reso pubblico in Italia, il referendum di Tsipras avrebbe spaccato anche l’opinione pubblica italiana, con una prevalenza del “sì” alle proposte di Bruxelles appena al 51%. Un risultato che suggerisce una domanda per il futuro: per questioni che hanno un impatto così forte per tutta l’UE (come già fu il caso per la Costituzione europea) non sarebbe più corretto che la parola fosse data a tutti i cittadini dell’UE, sui quali peseranno le conseguenze delle relative decisioni? Un altro modo per dire che nei rapporti tra le affannate democrazie nazionali e l’incompiuta democrazia europea restano molte cose da chiarire.

E a questo problema, sempre più centrale, non ha dato soluzione né la vittoria del “no”, come non l’avrebbe data quella del “sì”. Il risultato del referendum offre una diagnosi interessante del disagio sociale e politico in Grecia e in Europa. Quale possa essere la terapia per il futuro della democrazia in Europa resta un problema aperto.

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