Guerra in Medio Oriente e diplomazia al lavoro

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Dopo lo sconcerto e l’orrore rivelati dallo scoppio di questa ennesima guerra israelo-palestinese, si è fatta strada l’apprensione  che questa volta il conflitto possa uscire da quei confini e allargarsi al Medio Oriente o sfociare addirittura in una guerra dalle dimensioni incontrollabili.

Questo timore rivela tutta la violenza e la portata di questo nuovo conflitto, riacceso da Hamas con missili e prese di ostaggi e al quale Israele sta rispondendo con la minaccia di invadere la Striscia di Gaza. Una prospettiva dalle conseguenze inimmaginabili, a partire dalla fuga disperata di più di un milione di abitanti dal nord verso il sud della Striscia.

Questo contesto, altamente esplosivo e che ha riportato in primo piano un conflitto quasi dimenticato,  ha messo in moto le diplomazie regionali e internazionali per evitare che tale conflitto si dilati dagli attuali confini. Segnali in tal senso provengono infatti dalla frontiera con il Libano, dagli scontri fra Israele e le milizie libanesi di Hezbollah, nonché dalle dichiarazioni sempre più minacciose dell’Iran nei confronti di Israele. Un aspetto questo che mette in evidenza il ruolo di Teheran non solo a sostegno di Hamas, ma anche il suo ruolo su uno scacchiere regionale in evoluzione.

Al centro di questo scacchiere si muovono infatti, nel contesto degli Accordi di Abramo, i nuovi rapporti fra Israele e alcuni Paesi arabi della regione, in particolare con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, in una prospettiva di distensione e di cooperazione sia nel campo economico che in quello della sicurezza. Particolarmente significativo al riguardo il negoziato in corso per la normalizzazione dei rapporti diplomatici fra Israele e Arabia Saudita, oggi messi fra parentesi, se non addirittura compromessi, dall’attacco di Hamas. Non bisogna dimenticare inoltre che l’Arabia Saudita si ritrova a dover gestire contemporaneamente il  recente  riavvicinamento all’Iran, suo storico nemico, mediato dalla Cina. Un  riavvicinamento che potrebbe subire una battuta d’arresto e compromettere, anche sotto questo aspetto, la stabilità della regione.

 L’azione diplomatica dell’Arabia Saudita per fermare l’escalation del conflitto, si inserisce in una necessaria attività regionale che coinvolge anche gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein, il Qatar, l’Egitto e la Giordania, Paesi sempre più sollecitati dagli Stati Uniti affinché intervengano nella protezione della popolazione civile e per evitare che la guerra infiammi l’intera regione.

Non manca al riguardo, fin dall’inizio della guerra e sempre per evitare un possibile allargamento del conflitto, l’azione diplomatica della Turchia. Ankara, dopo aver normalizzato le sue relazioni con Israele e con l’obiettivo di rafforzarne la cooperazione, ha continuato a sostenere concretamente anche i Palestinesi. Una situazione non semplice per la diplomazia turca che ha puntato soprattutto, a breve termine, sulla protezione dei civili e sulla mediazione per il rilascio degli ostaggi E, sul lungo termine, sul coinvolgimento di tutta la comunità internazionale affinché riprenda in mano la soluzione del conflitto e “spinga affinché Israele garantisca la formazione di uno Stato palestinese”. Una proposta basata sulla presenza di Stati terzi, garanti “della sostenibilità e continuità al processo di pace”. Parole del Ministro degli Esteri turco Hakan Fidan.

 Sulla più ampia scena internazionale tuttavia le divergenze di approccio al conflitto sono notevoli e, come già svelato dalla guerra in Ucraina, mettono sempre più a confronto l’Occidente e le altre potenze globali. La Cina, per  il momento continua nella sua posizione di ambiguità, mentre la Russia, impegnata nella sua guerra in Ucraina, non puo’ pretendere credibilità.

Nel frattempo l’Unione Europea continua a cercare una posizione comune nei confronti del conflitto, divisa al suo interno e sotto il peso di un tragica, recente storia. Con poche proposte per sostenere la fine del conflitto e un dignitoso processo di pace. 

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