Groenlandia, estremo confine d’Europa

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C’è un pezzo di Europa che è già Nord America, ma che ancora fa parte della Danimarca, senza più fare parte dell’Unione Europea e si chiama Groenlandia, con le dimensioni equivalenti a quelle dell’Europa occidentale, la più grande isola della Terra, di cui solo il 20% non è ricoperto da ghiacci. Quanto basta per incuriosire chi ha qualche attenzione non solo alla geografia, ma anche all’economia e alla politica. 

Cominciamo dalla politica che racconta della ricerca di sovranità di questa importante, e trascurata, regione del mondo. Da trecento anni appartiene alla Danimarca e da settant’anni è diventata parte integrante del Regno danese, dove ha acquisito nel 1979 lo statuto di regione autonoma e successivamente nel 2009 l’autogoverno, in vista di una futura indipendenza. Intanto, per non semplificare niente, nel 1985 si è ritirata dalla allora Comunità europea, assumendo lo status di territorio esterno associato, con accesso privilegiato al mercato unico europeo.

Si tratta di un territorio scarsamente abitato, più o meno la popolazione della città di Cuneo, in grande maggioranza di religione protestante e con una presenza indigena – gli inuit – molto attiva nel contrastare la penetrazione di attori economici stranieri, nel timore di un ritorno “coloniale” quale vissuto nei secoli precedenti.

Questo ci porta a puntare i riflettori sulle risorse economiche naturali della Groenlandia, oggetto di forti appetiti. La regione infatti detiene nel suo sottosuolo – non facile da raggiungere – materiali rari utilizzati nell’industria militare e nella transizione energetica. Vi si trova anche abbondanza di ferro, piombo, zinco, rame, uranio, nickel, oro e platino, senza contare la presenza di rubini. Troppa roba per non attirare l’attenzione di chi, come gli Stati Uniti e l’Unione Europea non possono permettersi di dipendere dalla Cina, oltre che dalla Russia, e sono alla ricerca di alternative che potrebbero essere assicurate dai giacimenti della Groenlandia, stimati a circa un quarto delle riserve del pianeta.

Anche le disgrazie climatiche potrebbero dare ulteriori ricchezze e vantaggi alla Groenlandia: con il surriscaldamento climatico e lo scioglimento dei ghiacci si aprirebbe la possibilità di transiti navali importanti nei suoi dintorni, consentendo tempi più brevi per il passaggio dal Pacifico all’Atlantico.

La somma di tutti questi vantaggi potrebbe permettere anche alla Groenlandia, la cui economia si basa oggi essenzialmente sulla pesca e l’industria conserviera, di ridurre la sua  dipendenza dalla Danimarca, alla quale deve metà del suo bilancio pubblico.

Ma forse la prospettiva da tenere maggiormente d’occhio è quella legata al futuro militare dell’isola, vista la sua posizione strategica: non a caso vi sono già presenti una base militare USA con sistemi di allarme contro i missili balistici e una stazione di sorveglianza dei satelliti. E siamo solo agli inizi: la ricomposizione politica in corso delle grandi potenze e le relazioni conflittuali tra di loro annunciano crescenti appetiti su una regione ricca di risorse naturali e ben posizionata come la Groenlandia. 

Rintracciata non senza difficoltà sulla carta geografica (cercare al largo del Canada e a grande distanza dalla Danimarca) si può capire che l’Unione Europea non possa rivendicare molti interessi, salvo quelli fragili mediati dal suo partner danese e assicurati dalla partecipazione della Groenlandia al mercato unico europeo. Troppo poco per poter contrastare efficacemente gli appetiti di Stati Uniti, Russia e Cina.

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